17/11/17

NO all'ecodistretto di Castrovillari (CS)


L’Amministrazione del Comune di Castrovillari, in data 3 ottobre 2017, ha approvato in Consiglio comunale una Manifestazione di Interesse circa l’allocazione, sul proprio territorio, dell’Ecodistretto relativo all’ATO 1, previsto dal vigente Piano Regionale Gestione Rifiuti (PRGR), nell’immediata adiacenza di coltivazioni di prodotti riconosciuti dall’Unione Europea con Marchio di Qualità, nonché ad attività di lavorazione e trasformazione di prodotti alimentari (stabilimento caseario, di lavorazione di carni, aziende olearie e vitivinicole) assolutamente incompatibili con l’impianto stesso.

Il Comune di Castrovillari, infatti,  rientra nel distretto agroalimentare di qualità di Sibari (DAQ) che produce circa il 45 per cento dei prodotti agro-alimentari calabresi – di cui il 70 per cento destinati all'esportazione – ove si registrano oltre 5.000 occupati, tra diretti e indotto; tra le eccellenze locali vi sono i prodotti tipici DOP e IGP (denominazioni registrate presenti nel SL di Castrovillari): soppressata, capocollo, salsiccia, pancetta; caciocavallo, olio extra-vergine di oliva, liquirizia, fichi, clementine ed i vini Pollino DOC Calabria e IGT Esaro.

L’insediamento industriale in questione è classificato come “Industria insalubre di prima classe” dalla vigente normativa (Decreto Ministeriale 5/9/1994: Elenco delle industrie insalubri di cui all'art. 216 del testo unico delle leggi sanitarie). Preme evidenziare come l’abitato del Comune di Frascineto disti dall’area del cementificio - ove si propone di allocare l’impianto - soltanto pochissime centinaia di metri. Inoltre l'area del cementificio è interessata da un reticolo idrogarfico di corsi d’acqua sotterranei e superficiali che confluiscono nel torrente Raganello ed in prossimità dello stesso sito, è censito un pozzo di emungimento di acqua per irrigazione alla profondità di m. 40 ed è situata proprio a cavallo di faglie sismiche attive e precisamente le cosiddette Faglie di Frascineto e faglie del Pollino.

Il sito proposto per l’allocazione dell’Ecodistretto, è adiacente all’area protetta del Parco Nazionale del Pollino, dalla quale dista solo poche centinaia di metri, mentre ancor più vicino si trova una Zona di Protezione Speciale (ZPS) appartenente alla Rete Natura 2000 – la IT9310303 Pollino e Orsomarso- che comprende e sopravanza l’area del Parco. Ma, sempre alla stessa distanza –poche centinaia di metri-, si trova anche un Sito di Interesse Comunitario – il SIC IT9310008 La Petrosa-, anch’esso appartenente alla Rete Natura 2000. nella Parte II. “La Nuova Pianificazione del Piano  Regionale Gestione Rifiuti” del PRGR, al Capitolo 13, “Gli Ecodistretti”, a pag. 186, allorchè si indica la localizzazione delle piattaforme previste sul territorio regionale per lo smaltimento dei RSU, si afferma testualmente che l’impianto già esistente a Lamezia Terme “sarà delocalizzato in quanto quello attualmente esistente ricade in prossimità del SIC (Sito di Interesse Comunitario) “Dune dell’Angitola”. Se dunque la Regione ritiene di dover delocalizzare un impianto già esistente, a motivo della sola prossimità con un’area protetta -invero di pregio assai inferiore e a distanza nettamente maggiore rispetto a quella che separa l’area proposta dal Comune di Castrovillari dal Parco Nazionale del Pollino, dalla ZPS IT9310303-Pollino e Orsomarso e dal SIC IT9310008-LaPetrosa –entrambi facenti parte della Rete Natura 2000-, sarebbe del tutto assurdo localizzare  un impianto ex novo a poche centinaia di metri da un’area così fortemente vincolata e protetta.

E' una pura follia politica portare i rifiuti di quasi tutta la provincia di Cosenza nell'area del cementificio del comune di Castrovillari, che rientra nel distretto agroalimentare di qualità e a poche centinaia di metri da un’area fortemente vincolata e protetta.
Sulla vicenda ho presentato un' interrogazione parlamentare per portare il caso in Parlamento senza dimenticare che in quel territorio è previsto un'altro progetto privato per trattre i rifiuti che provengono anche da altre regioni.

I ministri Galletti e Martina dovranno darci la loro opinione riguardo i vincoli ambientali ed il rischio idrogeologico e sismico esistente nell’area del cementificio di Castrovillari e come intendano salvaguardare i prodotti agricoli e alimentari tutelati con marchi Dop ed Igp. Se la mia proposta di legge per vietare la costruzione di impianti nei pressi di colture di pregio fosse stata approvata, queste scelte folli di Oliverio e del Pd non sarebbero state possibili.

11/11/17

#AcquaRAGGIA arriva a San Giovanni in Fiore (Cs)

Domenica 12 novembre si terrà a San Giovanni in Fiore (Cs) la sesta tappa di “#AcquaRaggia”, l’iniziativa pubblica del MoVimento 5 Stelle, da me promossa, sulle tariffe illegittime di Sorical e Regione Calabria.
L’appuntamento è previsto alle ore 16,30 presso l’agriturismo Cascina di Fiore, in contrada Olivaro.
Diremo dei conti della lunga e pesantissima vicenda, di cui ci occupiamo da tempo davanti al silenzio tombale della politica regionale, sempre più reticente. Il dato certo della vicenda è che si aggira attorno ai 140 milioni di euro la differenza tra gli importi fatturati tra il novembre 2004 e il dicembre 2016 con le tariffe abusive di Sorical e Regione Calabria e quelli che invece andavano fatturati con l’applicazione delle tariffe legali. Una somma spaventosa, cui si aggiunge l’irrisolto problema della dispersione di denaro tra i pagamenti dei cittadini ai Comuni e quelli degli stessi enti a Sorical.
Sul Comune di San Giovanni in Fiore, finito in dissesto finanziario, presentammo con le colleghe Dalila Nesci e Federica Dieni un’interrogazione, ad oggi pendente, su dubbi pagamenti a Sorical. All’incontro di San Giovanni in Fiore interverranno anche il legale Salvatore Gullì, l’attivista Giovanni Di Leo, dei movimenti per l’acqua pubblica, e il docente universitario e avvocato Giuseppe d'Ippolito, attivista del MoVimento 5 stelle.
Vi aspettiamo numerosi!

Perchè l'acqua è un bene comune, non un affare di pochi!



Il MoVimento 5 Stelle a tal proposito ha già provveduto a presentare:

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un esposto alla Procura della Repubblica di Catanzaro e un esposto alla corte dei conti; 

07/11/17

Giù le mani dall'oasi del WWF


La fiumara Reschia nasce nel territorio di San Nicola da Crissa e attraversa la parte inferiore di Monterosso Calabro. Insieme con il torrente Fallà, il Reschia rappresenta il maggior immissario del bacino dell’Angitola, nel quale confluisce da destra; pertanto, alla salubrità delle acque del Reschia è subordinata quella dell’intera oasi protetta Wwf, di cui costituisce una delle attrattive principali. Durante le Giornate dell’Oasi che il Wwf di Vibo Valentia è solito organizzare in primavera e che richiamano comitive provenienti da tutta la regione, i visitatori non mancano di effettuare escursioni lungo la fiumara, sempre apprezzata per le sue acque cristalline e per la magnifica varietà di flora e fauna che caratterizza tutta l’area che attraversa. Un luogo da preservare, quindi, e per questo l’appello dell’associazione ambientalista alle Istituzioni ad intervenire.

Oggi ho appreso da un articolo apparso sulla Gazzetta del Sud - del quale si riportano alcuni estratti - che sostanze di dubbia natura sono state scaricate nelle acque del fiume Reschia, uno dei due principali immissari del lago Angitola, oasi del Wwf e zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar.
Il Wwf di Vibo Valentia, attraverso il presidente provinciale Angelo Calzone ha evidenziato che: “l’acqua si presenta scura, a tratti addirittura nera: segno evidente che a monte vengono immesse sostanze delle quali, al momento, si ignora la natura” (…) “Alto è il rischio che si possa essere in presenza di sostanze nocive per l’ambiente, che alterano la composizione naturale dell’acqua, con conseguenze nefaste per la fauna e la flora del torrente e del lago” mentre “si esclude che il fenomeno possa essere dovuto a scarichi fognari in quanto l’acqua non era maleodorante” (…) “Non mancano i rischi per la salute umana, Infatti, lungo il fiume Reschia ci si imbatte qualche volta nei pescatori di frodo, pur avendo sempre monitorato la situazione, anche attraverso l’intervento del Corpo forestale, per scoraggiare tale pratica. Qualora dovesse essere confermata la presenza di sostanze inquinanti, il pesce pescato nel torrente Reschia costituirebbe un potenziale pericolo per la salute di chi lo consuma”.

L’oasi dell’Angitola, area Sic (Sito di interesse comunitario), è conosciuta per la straordinaria varietà di animali e piante che ospita, vantando anche la presenza di molte specie rare. Oltre a molti volatili e rapaci protetti, che trovano nell’oasi il clima favorevole alla nidificazione, tante sono le specie acquatiche (gallinella d’acqua, diverse varietà di anatra, ma anche martin pescatore, testuggine palustre e nutrice dal collare) che popolano il bacino e i suoi immissari. Quanto alla flora, essa è costituita in prevalenza dal pino d’Aleppo, pioppo nero, salice bianco, ontano nero, eucalipto e quercia da sughero.
Un’alterazione della composizione delle fiumare e, quindi, del lago potrebbe avere ripercussioni devastanti sull’intera oasi, compromettendo il mantenimento delle catene trofiche acquatiche e della vegetazione di sponda.

Attraverso un’interrogazione parlamentare con la collega Dalila Nesci abbiamo interessato il Ministro dell’ambiente e il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo chiedendo: "quali iniziative per quanto di competenza intendano adottare per garantire la tutela dell’oasi che si trova all’interno del perimetro del sito di interesse comunitario “Dune dell’Angitola” e se non ritengano opportuno promuovere una urgente verifica per il tramite del comando dei carabinieri per la tutela dell’ambiente al fine di monitorare i livelli di inquinamento fluviale nell’area scongiurando, al contempo, i pericoli per la flora, la fauna e la salute umana.

La Calabria vive un’emergenza ambientale senza precedenti. Bisogna correre velocemente ai ripari e salvaguardare quelle zone che, proprio come l’oasi dell’Angitola, rappresentano un’ancora di salvezza per la nostra regione.

04/11/17

Garantire sicurezza agli studenti del liceo di Girifalco


Si agisca in fretta nel trasferire le attività didattiche del Liceo Scientifico ‘Majorana’ di Girifalco (CZ) in altre sedi dello stesso Comune fin quando la sicurezza degli alunni non sarà garantita.
È quanto ho riportato in un’interrogazione parlamentare rivolta al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Interni ed alla Ministra dell’Istruzione. Ho effettuato personalmente un sopralluogo ed ho potuto appurare con i miei occhi che la sicurezza agli studenti non è garantita. I movimenti franosi degli ultimi mesi hanno messo a serio rischio la stabilità della struttura e delle strade adiacenti, che portano gli studenti a scuola.
Nonostante le vibranti proteste di alunni e genitori, riuniti in un comitato spontaneo, nulla si è ancora mosso per tentare di sanare presto una situazione incresciosa e preoccupante. Il diritto allo studio degli studenti del Liceo ‘Ettore Majorana’ e la loro sicurezza, deve essere garantito. Non è possibile che non sia stata ancora intrapresa alcuna opera di risanamento idrogeologico o ambientale dell’area interessata dai preoccupanti movimenti franosi.
Non vorrei che la sicurezza degli studenti venisse sacrificata sull'altare di qualche interesse particolare. Il Sindaco di Girifalco si affretti a trasferire in luoghi più adeguati le attività didattiche. La Regione Calabria, intanto, non perda altro tempo per destinare i fondi necessari ad evitare l'ennesima tragedia annunciata. Son tutti bravi a parlare di prevenzione dopo le tragedie per una volta la politica sia coerente nei fatti e non solo a parole.

#AcquaRAGGIA farà tappa a Scalea

Domenica 5 novembre si terrà a Scalea (Cs) la quinta tappa di #AcquaRaggia Tour, l'iniziativa pubblica del Movimento 5 Stelle, da me promossa, sulle tariffe illegittime di Sorical. L'appuntamento è previsto alle ore 18 presso la sala consiliare.

Finalmente abbiamo concluso i conti della lunga e pesantissima vicenda, di cui ci siamo occupati in largo e sulla quale è calato il peggiore silenzio per i troppi interessi in gioco. Abbiamo un dato certo: oscilla tra i 140 e i 120 milioni di euro la differenza tra gli importi fatturati tra il novembre 2004 e il dicembre 2016 con le tariffe abusive di Sorical e quelli che invece andavano fatturati con l'applicazione delle tariffe di legge. Una somma pazzesca, da capogiro, di cui nessuno ha finora parlato e su cui il potere politico continua a tacere ignobilmente, perché il sistema ha fatto e fa comodo a tanti.

A Scalea faremo il punto preciso, al di là delle chiacchiere di Sorical, che scarica sui Comuni ed evita con accuratezza l'argomento. All'incontro di Scalea interverranno anche il legale Salvatore Gullì, l'attivista Giovanni Di Leo, dei movimenti per l'acqua pubblica, e il locale consigliere comunale 5 Stelle, Renato Bruno.


VIDEO SINTESI DELL'INCONTRO PUBBLICO:




Il MoVimento 5 Stelle a tal proposito ha già provveduto a presentare:
un esposto alla Procura della Repubblica di Catanzaro e un esposto alla corte dei conti; 

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Una ricchezza che non possiamo più trascurare
In Calabria mezzo miliardo di litri d’acqua immesso nella rete viene disperso
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L'acqua non si vende, l'acqua di difende!
Il Tar Calabria conferma le nostre denunce, le tariffe della Sorical sono illegittime!
Vendono l'acqua e calpestano la volontà popolare
Tariffe Sorical illegittime: esposto in procura del MoVimento 5 Stelle
Acqua: in Calabria paghiamo tariffe illegittime alla Sorical S.p.a sin dal 2001!
Borgia (CZ): venga garantito ai cittadini il diritto all'acqua!
Acqua: Sorical non può ricattare i comuni
La Sorical e l’acqua che non c’è, il M5S presenta un esposto all’Autorità
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02/11/17

Il feudo della Global Med

Sarebbe un vera e propria colonia marina quella della Global Med per la ricerca del petrolio nel Mar Ionio Settentrionale. Di recente infatti, nel mese di settembre, sono stati altri tre i Decreti di Compatibilità Ambientali da parte del Ministero dell’Ambiente che danno il via libera alla società californiana per la ricerca di idrocarburi con la tecnica dell’air-gun. Queste si aggiungerebbero agli altri due già emessi in precedenza e che circa un anno fa hanno anche avuto l'autorizzazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) e verso la quale hanno fatto ricorso sia la Regione Calabria che i Comuni di Crotone, Villapiana, Crosia e Rossano.

*di Rosella Cerra

I nuovi decreti riguardano le istanze definite “d87F.R-.GM, “d89F.R-.GM” e “d90F.R-.GM”. La prima si unisce alle altre due già autorizzate al largo di Crotone; le altre due sono al largo di Santa Maria di Leuca in provincia di Lecce. In pratica tutte al bordo del Golfo di Taranto, costituendo una enorme trappola per tutte le specie ittiche, in particolare i cetacei.
Per l’area al largo di Crotone la superficie totale interessata è di circa 2225 kmq, mentre al largo di S. Maria di Leuca di circa 1493 kmq. In totale sarebbero coinvolti circa 3718 kmq di superficie marina.
Le tre istanze hanno avuto: d87FR-GM: DM (Decreto Ministero Ambiente), parere CTVIA (Commissione Tecnica di Valutazione Impatto Ambientale), parere Mibact (parere Ministero Belle Arti); d89FR-GM: DM, parere CTVIA, parere Mibact, parere Regione Puglia; d90FR-GM: DM, parere CTVIA, parere Mibact, parere Regione Puglia. Manca il parere della Regione Calabria.
Questo violerebbe una delle principali raccomandazioni delle Linee Guida Accobams (Agreement on the Conservation of Cetaceans in the Black Sea, Mediterranea Sea and contiguos Atlantic area), che vieta le attività di ricerca con la tecnica degli air-gun a ridosso delle baie e dei golfi.
L’AIR GUN E LA TRAPPOLE PER I CETACEI
Questo proprio per evitare che si generino delle trappole per i cetacei bloccando le vie di fuga. Infatti si raccomanda di “evitare gli abitat chiave dei cetacei e le eree marine protette, definire adeguate zone cuscinetto intorno ad esse, considerare l’eventuale impatto della propagazione a lungo raggio”.
Inoltre “le aree chiuse dovrebbero essere evitate e circondate da adeguate zone cuscinetto”. Per aree chiuse ovviamente si intendono baie e golfi.
Le zone cuscinetto sono le aree immediatamente in prossimità. Come si vede chiaramente dalle immagini le 5 istanze andrebbero a chiudere il golfo di Taranto occupando tutta l’area che invece dovrebbe essere “zona cuscinetto”.
LE ZONE MORTALI PER DELFINI, MERLUZZI E GAMBERI
Un altro punto riportato nelle linee guida e disatteso dai Decreti è relativo agli impatti cumulativi legati alle aree marine militari. Il Golfo di Taranto è interessato per quasi tutta la sua superficie da esercitazioni con sommergibili militari che utilizzano sonar, i cui effetti dannosi sulla fauna e in particolare sui cetacei è già stata confermata dalla stessa Nato.
Sono già stati censiti numerosi spiaggiamenti di cetacei sulle coste pugliesi, collegati all’uso dei sonar. Quello degli air-gun in prossimità del golfo e nelle zone che dovrebbero essere invece di cuscinetto, creerebbero una zona mortale per molte specie marine e le diverse nursery presenti (delfini, merluzzi, gamberi).
L’ACIDIFICAZIONE DEL MAR IONIO
Altro aspetto è quello dell’acidificazione del mar Mediterraneo, ed in particolare del mar Ionio. Questo fenomeno in crescita negli ultimi anni, è oramai notorio che incide sulla propagazione del suonofavorendone la diffusione.
Dai pochi dati che si hanno per il Mediterraneo questo fenomeno è stato comunque confermato. Pertanto sarebbe prudente indagare maggiormente il fenomeno per l’area del mar Ionio in osservanza del principio di precauzione.
La stessa società Global Med in risposta a delle osservazioni sollevate a riguardo risponde: “L’osservazione della dott.ssa Cerra (…) potrà trovare riscontro solamente nel momento in cui saranno maggiori le informazioni riguardanti la relazione tra le variazioni di pH e l’attenuazione dell’onda sonora in mare. Infatti, per quanto finora riportato, non è possibile prevedere uno scenario alternativo a quello proposto visto che non sono disponibili software che includano il parametro di acidità del mare”.
Di fatto la società conferma che il fattore acidità (ph) non è stato preso in considerazione perché non vi sono studi e dati. Una ragione abbastanza valida quindi per bloccare le attività di ricerca con gli air-gun in quanto Il ricorso al principio di precauzione è pertanto giustificato solo quando riunisce tre condizioni, ossia: l'identificazione degli effetti potenzialmente negativi, la valutazione dei dati scientifici disponibili e l'ampiezza dell'incertezza scientifica”. Questo è quanto prospettato dalla Commissione Europea nello specificare il campo d’azione del principio.
Quindi in totale la Global Med “è proponente di 5 aree in istanza di permesso di ricerca idrocarburi che ricadono nel Mar Ionio; tali aree sono suddivisibili in due gruppi di blocchi adiacenti fra loro, per ognuno dei quali la società ha in programma una campagna di acquisizione geofisica 2D da condursi unitariamente. Il primo gruppo è composto dalle aree “d85F.R-.GM, “d86F.R-.GM”, “d87F.R-.GM”; è situato al largo delle coste Calabresi (…) Il secondo gruppo, comprendente “d89F.R-.GM” e “d90F.R-.GM”, si colloca a sud delle coste pugliesi di Capo S. Maria di Leuca (…). Il motivo per cui non sono state presentate due sole istanze per le due macro aree deriva dal limite dimensionale dei titoli minerari, imposto per legge. Infatti, la legge del 9 gennaio 1991, n. 9, prevede che l’area del permesso di ricerca di idrocarburi debba essere tale da consentire il razionale sviluppo del programma di ricerca e non possa comunque superare l’estensione di 750 chilometri quadrati (Titolo II, art.6, comma 2). Per ottemperare a quanto richiesto dalla normativa, Global Med ha suddiviso le macro aree in 5 diverse istanze, inferiori a 750 chilometri quadrati”.
Questo si legge nei Decreti di Compatibilità Ambientali del ministero dell’Ambiente. Cioè con piena coscienza che è stata raggirata la legge del ‘91, si concede ugualmente la possibilità di operare beffando le norme.
Eppure esiste un principio, esposto anche nelle osservazioni spedite tre anni fa, che di fatto pone il divieto di frazionamento delle istanze.
Ossia: “pur a fronte di una pluralità di procedimenti amministrativi messi in moto dall’imprenditore, l’organo preposto a compiere la valutazione di impatto ambientale ha il preciso dovere di operarne la reductio ad unitatem, specie in presenza di elementi sintomatici della unicità di intervento” (Consiglio Stato, sez. V, 16 giugno 2009 , n. 3849)” Tar Puglia, Lecce, Sez. I - 14 luglio 2011, n. 1341)
Ed è su questo che si attende fiduciosi la sentenza del Tar riunitosi il 25 ottobre.
*Redattrice Osservazioni contro Global Med per conto di diverse associazioni e comitati

27/10/17

L'umiliazione dei tirocinanti calabresi


Le politiche attive per il lavoro sono un puro imbroglio, concepito per aumentare fittiziamente le statistiche occupazionali. Tali strumenti creano precarietà, incertezza e sudditanza politica. Essi non determinano emancipazione individuale e riscatto sociale. Lo dimostra il gravissimo ritardo sulle convenzioni per i circa 5mila tirocinanti calabresi, che, impiegati dallo scorso giugno in settori pubblici e privati, non hanno ancora ricevuto un centesimo.
Con faccia di plastica Oliverio, durante l'incontro di venerdì 27 ottobre, alla Cittadella regionale, tra rappresentanze dei tirocinanti, ha ammesso l'errore d'aver fatto partire i tirocini senza la sottoscrizione delle convenzioni per l'erogazione delle spettanze, lasciando nei guai gli interessati, già sfruttati e costretti a subire l'onta di un misero corrispettivo temporaneo, senza garanzie di miglioramento e stabilizzazione. Il governatore ha assicurato che la convenzione con l'Inps potrà avvenire nella settimana prossima e poi i lavoratori verranno pagati. Vigileremo sulla definizione della pratica, nella consapevolezza che in ogni caso il reddito di cittadinanza, proposto dal MoVimento 5 Stelle e respinto dai partiti tradizionali, è la soluzione più dignitosa per chi non ha un lavoro vero e dunque un'effettiva libertà di azione.



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26/10/17

La discarica che non sarebbe mai dovuta nascere


Il 16 ottobre 2015, ho presentato come primo firmatario l'atto di sindacato ispettivo n. 5-06688 (rimasto per giunta senza risposta) attraverso cui ho denunciato uno strano picco di malattie alla tiroide e di un particolare tipo di tumore riscontrabile solo in luoghi fortemente inquinati, e in particolare nelle popolazioni che vivono in prossimità della discarica di Celico (CS). L'impianto sorge a ridosso del Parco nazionale della Sila, a circa 500 metri di distanza da centri abitati, a un'altitudine di 800 metri, a ridosso dei torrenti Pinto e Cannavino.

L'area, classificata a rischio sismico di 1° categoria – con una faglia sismica che passa nei pressi della discarica –, è tutelata per legge in quanto «area di ricarica degli acquiferi» – ovvero si tratta di una zona che svolge una funzione fondamentale per assicurare acqua potabile a tutta l'area urbana Cosenza-Rende – ed è sottoposta a vincolo idrogeologico, mentre il vasto bosco interessato è sottoposto a tutela paesaggistico-ambientale; si tratta di condizioni che avrebbero dovuto scoraggiare il rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione della suddetta discarica.

Infatti, il decreto legislativo n. 36 del 2003, in attuazione della direttiva europea sulle discariche di rifiuti, prevede che «gli impianti non vanno ubicati di norma in aree interessate da fenomeni quali faglie attive, aree a rischio sismico di 1a categoria».

La rivista on-line di divulgazione scientifica Peopleconomy, riporta in un articolo: «al riguardo, il d.lgs. 152/2006 prevede che le autorità competenti determinino le prescrizioni necessarie per la conservazione e la tutela della risorsa e per il controllo delle caratteristiche qualitative delle acque destinate al consumo umano. E’ evidente quindi il primario interesse di legge a tutelare la salute delle acque, perché l’eventualità di falde inquinate avrebbe impatti negativi sulla vita di centinaia di migliaia di persone. Tali zone di protezione devono essere delimitate in modo da assicurare la protezione del patrimonio idrico, ed è molto strano che negli strumenti urbanistici (comunali, provinciali, regionali, generali e di settore) vengano adottate limitazioni o prescrizioni per gli insediamenti civili, produttivi, turistici, agro-forestali e zootecnici, ma non per l’apertura di discariche».

In questi giorni la regione Calabria ha ordinato la sospensione dei conferimenti di rifiuti presso la discarica di Celico, comunicando la necessità di «procedere alle necessarie verifiche tecniche di rispondenza dell'impianto alle norme vigenti ed alle prescrizioni contenute nell'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)». La decisione è stata presa in considerazione delle «pesanti emissioni odorigene provenienti dall'impianto situato in contrada San Nicola di Celico, che hanno creato una situazione non più sopportabile per le popolazioni interessate soprattutto in alcuni periodi dell'anno e in alcune fasce orarie della giornata».

Attraverso una nuova interrogazione parlamentare ho chiesto al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e al Ministro dei beni culturali "quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo in relazione al vincolo paesaggistico-ambientale esistente sull'area in cui sorge la discarica e al rischio idrogeologico e sismico ivi presente e "quali iniziative intenda assumere il Governo per prevenire l'apertura di una nuova procedura di infrazione da parte dell'Unione europea nei confronti dell'Italia in relazione alla gestione della suddetta discarica, con conseguente danno erariale".

Occorre far luce sulla vicenda. Non è tollerabile questa ambiguità da parte delle istituzioni. La discarica di Celico di cui si è parlato tanto in tutti questi anni, non avrebbe mai dovuto essere autorizzata. Non è tollerabile che a pagarne le conseguenze debbano essere ancora una volta i cittadini della presila cosentina. Chi pagherà per tutto questo? Attendiamo una celere risposta da parte del Governo, il quale non può continuare ad assecondare con il suo silenzio, una classe politica regionale che ha calpestato troppe volte la dignità e le risorse dei calabresi.


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14/10/17

Sull'impianto di Tortora è inaccettabile il silenzio della Regione Calabria


Oliverio la smetta di fare il gioco dello struzzo sull’impianto di Tortora (CS) e corra ai ripari ascoltando la Regione Basilicata. Già ad aprile 2016 scrissi ad Oliverio riguardo l’assenza dei requisiti di legge sull’impianto di Tortora, che sorge in prossimità di numerosi Siti d’Interesse Comunitario (Sic) e che rischia di minare pericolosamente l’ambiente di una zona che andrebbe salvaguardata.
L’assenza della Valutazione d’incidenza ambientale, rende nulli tutti gli atti emessi dalla Regione Calabria (Via ed Aia) e quindi inutilizzabile l’impianto, che invece sta funzionando. Oliverio ed il dipartimento ambiente della Regione Calabria, però, hanno fatto orecchie da mercante anche nei confronti del Ministero dell’ambiente che, a seguito delle richieste di Italia Nostra e di una mia interrogazione parlamentare, ribadì alla Regione la necessità della Valutazione d’incidenza.
La speranza è che la risposta del dipartimento ambiente non tardi ad arrivare. Se così non fosse, sarebbe opportuno un intervento immediato da parte delle autorità compenti e della Procura di Paola, già sollecitata dalla Regione Basilicata e dal Sindaco di Tortora.


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06/10/17

Un cinghiale è per sempre...


Il fenomeno della rapida espansione delle popolazioni di cinghiale ha assunto in Europa particolare rilevanza. In Italia, negli ultimi trent'anni, l'areale di distribuzione della specie è aumentato sensibilmente permettendo al cinghiale di tornare ad occupare aree dalle quali era scomparso negli ultimi secoli. A partire dal dopoguerra sono stati immessi nel nostro Paese esemplari di cinghiale di taglia maggiore di origine centro-europea (esempio ungheresi, polacchi e cecoslovacchi) e si sono diffusi cinghiali allevati in promiscuità con la forma domestica, con lo scopo di ripopolare il territorio italiano. Ne consegue che il cinghiale oggi diffuso in Italia è il risultato di esemplari di origine alloctona e loro ibridazione con esemplari autoctoni e con maiali bradi e rinselvatichiti.

Le cause dell'espansione sono quindi da ricercare in primo luogo nelle numerose immissioni a fine venatorio e ripopolamenti operati in aree demaniali, al solo scopo di incrementare la fauna locale con ceppi alloctoni, molto prolifici.
Ruolo critico è svolto anche dall'assenza di una seria gestione della fauna nel nostro Paese che, unitamente alla mancanza di una strategia di interventi, ha reso la situazione preoccupante con una maggiore incidenza sul territorio, rispetto ad altre nazioni europee. In particolare, i fenomeni di danneggiamento a carico delle colture agricole e delle biocenosi naturali causate dalle popolazioni di cinghiale stanno diventando sempre più frequenti in gran parte d'Italia.

Tale situazione è ancor più aggravata, allo stato attuale, dalla mancanza di dati omogenei e completi sullo stato della popolazione del cinghiale in Italia e da una gestione faunistico venatoria fuori controllo. Non esiste infatti una banca dati unica sui capi abbattuti complessivamente, non esiste alcun blocco reale di nuove immissioni e non vi sono informazioni sull'operato degli ambiti territoriali di caccia in materia.
Il problema della presenza eccessiva di cinghiali è principalmente relativo ai danni arrecati direttamente ai sistemi agro-silvo-pastorali e alle altre specie animali e vegetali. Infatti, per la sua versatilità e per il suo caratteristico modo di cercare il cibo, il cinghiale spesso si comporta come una ruspa o una motozappa, rivolta il terreno, elimina bulbose e le piante del sottobosco, causano danni sia alla vegetazione spontanea forestale, sia alle colture agrarie.

La gestione delle popolazioni di cinghiale ha anche una relazione diretta con la conservazione della biodiversità e delle specie minacciate. La tutela delle specie selvatiche in pericolo d'estinzione prevede infatti anche la prevenzione contro le malattie infettive, che possono compromettere la sopravvivenza di piccole popolazioni, come quella dell'orso nell'Appennino centrale. La maggior parte delle malattie infettive è interspecifica ed una specie può essere serbatoio di patogeni per altre specie. Quindi dove si verifica la convivenza del cinghiale con specie minacciate va sicuramente attuato un serio monitoraggio sanitario delle malattie pericolose (esempio la Malattia di Aujesky, patologia tipica dei suidi, risulta molto pericolosa per tutti i carnivori), vanno gestite le eventuali positività, va intensificato il monitoraggio-sanitario e vanno identificate soluzioni gestionali che possano permettere la conservazione delle specie a rischio.


Occorre ricordare infine il rischio legato agli incidenti stradali per collisione con cinghiali e l'eventualità di aggressione nei confronti dell'uomo che, sebbene ad oggi sia rappresentata da casi isolati, può divenire in prospettiva un serio problema, come ricordano le recenti cronache.


Oltre ad una nostra risoluzione presentata, la Commissione agricoltura di cui sono membro con la risoluzione conclusiva n. 8-00085 approvata in data 29 ottobre 2014, ha impegnato il Governo:

1. ad intraprendere urgentemente, secondo il principio che la tutela ambientale debba comunque conciliarsi con l'esercizio dell'attività d'impresa, tutte le iniziative tecniche, organizzative e normative, sia in sede nazionale che in sede comunitaria, per contrastare e prevenire con efficacia il problema dei danni alle colture causati dalla fauna selvatica e in particolare i danni dovuti alla proliferazione dei suidi prevedendo una maggiore sinergia con le regioni e le province autonome e con l'Ispra;

2. ad istituire, mediante il concerto tra i Ministeri competenti, Ispra, le regioni e le province autonome, un osservatorio permanente in grado di censire con puntualità, certezza e per mezzo di comprovati parametri tecnici e scientifici, i danni provocati dalla fauna selvatica su tutto il territorio nazionale e ad avviare, nell'ambito delle proprie competenze e di intesa con le regioni e le province autonome, un monitoraggio nazionale sull'applicazione dell'articolo 10 della legge n. 157 del 1992, e in particolare del comma 8, lettera f), al fine di valutare oggettivamente se siano state messe in atto tutte le misure previste dalla legislazione nazionale in materia di risarcimento dei danni da fauna selvatica agli agricoltori e di assicurarsi che si raggiungano dei risultati omogenei sul territorio nazionale così da garantire, al contempo, la tutela della fauna selvatica e il diritto degli agricoltori di essere risarciti in tempi rapidi e certi;

3. a verificare l'attuazione e la dotazione del fondo presso il Ministero dell'economia e delle finanze ai sensi dell'articolo 24 della legge n. 157 del 1992 e a constatare se siano stati istituiti fondi regionali per il risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall'attività venatoria, come previsto dall'articolo 26, cagionati delle specie animali indicate negli articoli 2 e 18 e a reperire risorse adeguate per risarcire gli agricoltori dai danni causati dalla fauna selvatica a partire dalla completa attuazione alle disposizioni contenute all'articolo 66, comma 14, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, citata in premessa;

4. ad assumere ogni possibile iniziativa normativa per scorporare il risarcimento o l'indennizzo per i danni di alcune specie selvatiche o inselvatichite e in particolare dei suidi, dalla quota massima (nell'arco di tre esercizi fiscali) prevista per gli aiuti delle aziende agricole rientranti nel regolamento de minimis;

5. a valutare la possibilità di promuovere bandi per la realizzazione e la manutenzione di strumenti di prevenzione a difesa dei comprensori o di singole proprietà, con le caratteristiche stabilite dall'Ispra o dagli enti di ricerca preposti e l'applicazione dei metodi non cruenti per il controllo della fertilità nonché ad attivare strumenti e risorse finanziarie per promuovere, da parte dei soggetti pubblici e privati interessati, una reale ed efficace azione di prevenzione e la promozione di azioni sperimentali;

6. a convocare quindi in tempi brevi un tavolo tematico di concertazione con le regioni e le province autonome sul problema dei danni causati dalla fauna selvatica;

7. ad assumere iniziative per vietare ogni ulteriore introduzione per fini venatori di esemplari di cinghiali su tutto il territorio nazionale, attuando o promuovendo azioni concrete per il recupero e la successiva reintroduzione, al termine dell'emergenza, dei suidi autoctoni italiani quali il Sus scrofa majori ed il Sus scrofa meridionalis;

8. ad adottare e promuovere, per quanto di competenza, tutte le misure necessarie per prevenire l'ibridazione con i suini allevati al pascolo e quindi iniziative per la regolamentazione di queste forme di allevamento;

9. a valutare la possibilità di assumere iniziative normative, compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, volte ad introdurre una moratoria nei confronti dei debiti che i conduttori dei fondi hanno contratto nei riguardi della pubblica amministrazione e di tutti gli atti di pignoramento conseguenti, maturati a seguito del mancato reddito causato dal danneggiamento alle colture e ai ritardi degli indennizzi e risarcimenti dovuti;

10. ad assumere le opportune iniziative in sede europea al fine di riconoscere possibili indennizzi per i danni provocati all'agricoltura dalle specie selvatiche.

Dal rapporto Position Paper del Wwf Italia sul cinghiale del 9 settembre 2015 emerge che la situazione, dall'approvazione della risoluzione in Commissione agricoltura, non appare migliorata, al contrario, secondo le stime delle associazioni di categoria la percentuale di danneggiamento da parte dei suidi ha superato la soglia di tolleranza fissata al 4-5 per cento di perdita di prodotto, ingenerando un allarme sociale.
Tra le regioni più colpite c’è il Lazio, con circa tre milioni di euro di danni nel solo 2013, soprattutto nei comprensori di Amatrice, Vallepietra, Bracciano, nel reatino e nel viterbese, la Toscana dove quelli dei cinghiali rappresentano il 66 per cento dei danni, la Valle d'Aosta, il Piemonte, le Marche, la Calabria (nonostante diverse contraddizioni) ed il Molise.

Considerando queste criticità abbiamo interpellato il Ministro Martina chiedendogli "quali delle misure per le quali la Commissione agricoltura ha impegnato il Governo ad ottobre 2014 siano state intraprese e quali non abbiano ancora trovato attuazione e per quali ragioni" e "se non ritenga di dover adottare urgentemente tutte le iniziative non intraprese al fine di adempiere agli impegni assunti con la risoluzione conclusiva n. 8-00085 approvata in data 29 ottobre 2014.
Attendiamo ancora risposta da due anni...Ma non è finita qui!

LE NOVITA' NORMATIVE INTRODOTTE CON IL COLLEGATO AMBIENTALE


Nel frattempo arriva la legge n. 221 del 28 dicembre 2015 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali).
L’articolo 30, dispone le sanzioni penali per le violazioni delle disposizioni della legge n. 157 e delle leggi regionali. Alla lettera l), in particolare, si prevede l'arresto da due a sei mesi o l'ammenda da lire 1.000.000 a lire 4.000.000 (da euro 516 a euro 2.065) per chi pone in commercio o detiene, a tal fine, fauna selvatica in violazione della presente legge.

L'articolo 7 del nuovo collegato ambientale, dispone norme per il contenimento della diffusione del cinghiale nelle aree protette e vulnerabili e modifiche alla legge n. 157 del 1992.
In particolare il comma 3 dispone che «fermi restando i divieti di cui ai commi 1 e 2, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano adeguano i piani faunisticovenatori di cui all'articolo 10 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, provvedendo alla individuazione, nel territorio di propria competenza, delle aree nelle quali, in relazione alla presenza o alla contiguità con aree naturali protette o con zone caratterizzate dalla localizzazione di produzioni agricole particolarmente vulnerabili, è fatto divieto di allevare e immettere la specie cinghiale (Sus scrofa)».

Il taxon Sus scrofa raggruppa numerose sottospecie tra queste molti cinghiali come il Sus scrofa scrofa (cinghiale centro-europeo), Sus scrofa majori (cinghiale dell'Italia centrale), Sus scrofa meridionalis (cinghiale sardo) e il maiale o suino domestico (Sus scrofa domesticus) e quindi, la norma vieterebbe di fatto anche l'allevamento e l'immissione dei comuni maiali domestici.
Attraverso un ordine del giorno abbiamo impegnato il Governo "ad individuare, con apposito atto normativo, l'elenco delle specie di cinghiale alloctone di cui è fatto espressamente divieto di allevamento e immissione per fini venatori su tutto il territorio nazionale, in accordo con gli enti di ricerca pubblici in primis l'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale."

Si fa presente che il comma 3, rinviando alle regioni l’individuazione delle aree di propria competenza nelle quali è fatto divieto di allevare i cinghiali, andrebbe coordinato con il divieto, previsto dai commi 1 e 2, di immissione e foraggiamento dei cinghiali su tutto il territorio nazionale, escluse le Aziende faunistiche venatorie e le Aziende AgriTuristico Venatorie.

Inoltre, l'articolo 7, commi 1 e 2, in materia di divieto di immissione e foraggiamento dei cinghiali sul territorio nazionale prevede un'eccezione per le aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie, che potranno così allevare nonché foraggiare i cinghiali, senza che possa essere efficacemente assicurata una precisa delimitazione con le altre aree non recintate, con pericolo di invasione e danneggiamento dei terreni coltivati.
Tale eccezione potrebbe di fatto favorire il ripopolamento della specie anche fuori dai confini delle aziende suddette, anche se adeguatamente recintate, inficiando la bontà dell'obiettivo perseguito dall'articolo 7. Per questo motivo attraverso un altro ordine del giono abbiamo impegnato il Governo "a valutare gli effetti applicativi di questa legge al fine di adottare ulteriori iniziative normative volte a revocare la facoltà concessa alle aziende faunistico-venatorie ed alle aziende agrituristico-venatorie di poter allevare e foraggiare i cinghiali."

APPROFONDIMENTI SULLA LEGGE  N. 157
(Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.)


La materia relativa alle attività faunistico-venatorie è regolata, a livello nazionale, dalla nota legge 11 febbraio 1992, n. 157, contenente “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” e successive modifiche e integrazioni.
Si tratta di una legge-quadro che recepisce alcune importanti direttive comunitarie, e precisamente la dir. 79/409/CEE del Consiglio del 2 aprile 1979, nonché la dir. 85/411/CEE della Commissione del 25 luglio 1985 e 91/244/CEE della Commissione del 6 marzo 1991, con i relativi allegati, concernenti la conservazione degli uccelli selvatici. Non va trascurato, inoltre che la legge citata costituisce attuazione della Convenzione di Parigi del 18 ottobre 1950, resa esecutiva con legge 24 novembre 1978, n. 812, e della Convenzione di Berna del 19 settembre 1979, resa esecutiva con legge 5 agosto 1981, n. 503.

In tema di piani faunistico-venatori, l’articolo 10 della legge 157/1992 prevede che tutto il territorio agro-silvo-pastorale nazionale sia soggetto a pianificazione faunistico-venatoria, finalizzata, per quanto riguarda le specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale, mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.
La pianificazione viene attuata dalle regioni mediante destinazione differenziata del territorio nel modo che segue:

- zone di protezione della fauna selvatica, che rappresentino dal 20 al 30% del territorio agro-silvo-pastorale, dove la caccia deve essere vietata;
- aziende faunistico-venatorie (associazioni senza fini di lucro con obiettivi naturalistici), ovvero aziende agri-turistico-venatorie (imprese agricole destinate ad ospitare fauna) per la caccia riservata a gestione privata, su di una superficie massima del 15%;
- territori di caccia sul resto dello spazio considerato, nei quali le regioni devono incoraggiare la gestione programmata della caccia. Qui le regioni provvedono a delimitare gli ambiti territoriali di caccia su base subprovinciale, possibilmente omogenei e delimitati da confini naturali.

Attraverso lo strumento dell'Ambito territoriale di caccia si realizza in concreto la programmazione dell'attività venatoria, per cui il regime della caccia programmata si caratterizza, quindi, per una predeterminata presenza di cacciatori legati al territorio e coinvolti nella sua gestione.

Ai sensi dell'articolo 14, della legge n. 157, il MIPAAF stabilisce con periodicità quinquennale, sulla base di dati censuari, l'indice di densità venatoria minima per ogni ambito territoriale di caccia (comma 3). Tale indice è costituito dal rapporto fra il numero dei cacciatori e il territorio agro-silvo-pastorale nazionale. Ogni cacciatore ha il diritto di accedere ad uno o più ambiti territoriali della provincia di residenza, nei limiti numerici posti dai regolamenti di attuazione dei piani faunisticovenatori.
Le province, sulla base degli orientamenti impartiti dall'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, predispongono tali piani, definendo le oasi di protezione destinate al rifugio alla protezione e alla sosta della fauna selvatica, le zone di ripopolamento e di cattura, le zone di addestramento per i cani, i luoghi destinati agli appostamenti fissi. I piani provinciali sono coordinati a livello regionale.

La domanda nasce spontanea: le province e le regioni hanno fatto il loro "dovere"?
Se siamo arrivati a parlare di emergenza cinghiali in molte zone del paese tanto da condurre un'indagine conoscitiva in Parlamento, sicuramente la risposta è NO! E la responsabilità è tutta della mala politica che negli anni ha generato cattivi amministratori che in complicità con le lobbies dei cacciatori, importante bacino di voti, o per la non corretta applicazione dei piani faunistico-venatori o semplicemente per non aver vigilato a sufficienza, hanno permesso l'irragionevole introduzione nel nostro ambiente di esemplari di cinghiali provenienti dal centro Europa.


Per il contenimento dei danni causati dai cinghiali ci sono numerosi metodi non cruenti, in primis la prevenzione che passa anche attraverso una corretta informazione dei cittadini. Non lo dice il Movimento 5 Stelle ma il mondo della ricerca scientifica che da almeno un quinquennio ha analizzato il fenomeno trovando soluzioni che mettessero d'accordo le esigenze delle attività umane e il rispetto degli animali (si vedano i documenti dell'ISPRA).
Stupisce come tutti questi studi pagati coi soldi dei contribuenti vengano puntualmente snobbati dalla politica che preferisce ogni volta seguire l'approccio demagogico del "partito delle doppiette" che non risolverebbe affatto il problema anzi lo aggraverebbe.
Purtroppo, dopo tre anni dall'approvazione della Risoluzione congiunta della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, il Governo e il Ministro dell'Agricoltura Martina non hanno fatto nulla per la prevenzione della proliferazione dei suidi e per il risarcimento dei danni ai cittadini, quindi la responsabilità degli ultimi gravissimi fatti di cronaca è di questo esecutivo per non parlare dell'inattività delle regioni.

LA SITUAZIONE NELLA REGIONE CALABRIA.

La legge quadro del 1992, come risulta dall’art. 1, comma 3, ha affidato alle Regioni a Statuto ordinario (come la Calabria), il compito di emanare norme relative alla gestione e tutela di tutte le specie della fauna selvatica.
Nella pianificazione faunistico-venatoria la Regione interviene in tre modi diversi, ai sensi dell’art. 10, comma 10, ovvero:

a) tramite il coordinamento dei piani provinciali di cui al comma 7 dello stesso art.10, secondo criteri dei quali l’Istituto nazionale per la fauna selvatica garantisce l’omogeneità e la congruenza, a norma dell’art. 11;
b) tramite l’esercizio dei poteri sostitutivi ove le Province non adempiano ai loro obblighi inerenti la pianificazione;
c) con la redazione del cd. piano faunistico Regionale di cui all’art. 10, comma 12, nonché di cui all’art. 14 della citata legge quadro n. 157/1992. Tale piano determina i criteri per l’individuazione dei territori da destinare alla costituzione di aziende faunistico-venatorie e di centri privati di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale.
In via eccezionale e ove ricorrano specifiche necessità ambientali, le Regioni possono disporre la costituzione coattiva di oasi di protezione e di zone di ripopolamento e cattura, e l’attuazione di piani di miglioramento ambientale di cui al comma 7° dell’art.10.

In particolare, la Regione Calabria è intervenuta con la Legge Regionale 17 maggio 1996, n. 9, contenente “Norme per la gestione e tutela della fauna selvatica e l’organizzazione del territorio ai fini della disciplina programmata dell’esercizio venatorio” (Legge Regionale n. 9/1996, come modificata dall’art. 47. comma 5 L.R. 14 luglio 2003, n. 10).
In quest’ambito, di particolare interesse è l’art. 5 che prevede che il territorio agro-silvo-pastorale regionale è soggetto a pianificazione faunistico-venatoria finalizzata, per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive delle loro popolazioni e, per le altre specie, al conseguimento delle densità ottimali ed alla loro conservazione, mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.

Il piano faunistico-venatorio regionale è predisposto dalla Giunta regionale mediante il coordinamento dei piani faunistici-venatori provinciali. Il piano faunistico-venatorio regionale è approvato dal Consiglio regionale su proposta della Giunta regionale, sentita la Consulta Faunistica Venatoria Regionale. Il piano faunistico-venatorio regionale ha durata quinquennale e può essere aggiornato anche prima della scadenza su richiesta di una o più province se le situazioni ambientali e faunistiche sulla base delle quali è stato elaborato subiscano sensibili variazioni.

Attraverso la L.R. 30 maggio 2013, n. 26. è stato aggiunto il comma 4 bis che permette (a mio parere) in modo inappropriato e incostituzionale al piano faunistico-venatorio regionale, di conservare la propria efficacia anche dopo la scadenza del termine quinquennale sino all’approvazione del nuovo piano. Con questa modifica normativa la Regione Calabria non aggiorna il proprio piano dal 2003 incidendo in modo negativo proprio sui livelli minimi di tutela dell ambiente, materia riservata allo Stato.

Ciò consente alla Regione Calabria di non aggiornare il piano regionale e i piani provinciali anche secondo quanto previsto dal nuovo collegato ambientale, in particolare il comma 1 dell'articolo 7 che prevede il divieto di immissione di cinghiali su tutto il territorio nazionale, ad eccezione delle Aziende Faunistico Venatorie e delle Aziende AgriTuristico Venatorie adeguatamente recintate, mentre al comma 2 si prevede il divieto del foraggiamento di cinghiali, ad esclusione di quello finalizzato alle attività di controllo.
Per la violazione dei due divieti in esame, le due disposizioni prevedono la sanzione dell'art. 30, comma 1, lettera l) della Legge 157/92.
Inoltre, il comma 3 prevede che, fermo restando i divieti sopra esaminati al comma 1 e 2, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano adeguano i piani faunistico-venatori previsti all'articolo 10 della legge 157/1992, individuando nel territorio di propria competenza le aree nelle quali, in relazione alla presenza o alla contiguità con aree naturali protette o con zone caratterizzate dalla localizzazione di produzioni agricole particolarmente vulnerabili, viene fatto divieto di allevare e introdurre la specie cinghiale (Sus scrofa).

Il piano faunistico-venatorio regionale risulta superato da troppi anni, anche alla luce dei recenti fenomeni naturali e umani che sono intervenuti a modificare lo stato dei luoghi e la presenza di tutta la fauna selvatica, come siccità, grossi incendi boschivi ed altro. Per garantire la tutela della biodiversità animale e vegetale occorre programmare le azioni da intraprendere, come ad esempio, la reale consistenza della specie e la diffusione nelle diverse aree del territorio, altrimenti, a differenza di quanto sostiene il Dipartimento Agricoltura della Regione, ogni decisione intrapresa risulterà vanificata.

Per questo motivo con un'interrogazione parlamentare ho chiesto al Ministro dell'Ambiente e dell'Agricoltura "se non ritenga opportuno intervenire per quanto di competenza affinché la Regione Calabria possa aggiornare il piano faunistico venatorio al fine di scongiurare l'emergenza cinghiali che sta arrecando ingenti danni alle coltivazioni ed evitando, al contempo, che l'inosservanza delle norme comunitarie possa comportare l'avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia con conseguente danno erariale."

Anche in questo caso attendiamo risposta, nel frattempo nonostante la siccità e i grossi incendi che hanno devastato soprattutto il patrimonio boschivo della regione, la caccia è già iniziata a tutto spiano e il problema cinghiale sembra servire solo per fare becera propaganda dai soliti partiti che hanno causato il problema. A nulla è servito il nostro appello attraverso una nostra lettera al Prefetto di Vibo Valentia, le istituzioni stanno a guardare come se fossero incantate dal fenomeno. Dopotutto anche un cinghiale è per sempre...


MATERIALE UTILE:
Biologia e gestione del cinghiale (Fonte ISPRA 1993)
- Linee guida per la gestione del cinghiale (Fonte ISPRA 2003)
Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette (Fonte ISRPA 2001)
Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette - 2a edizione - (Fonte ISPRA 2010)