28/10/15

Di caporalato non si può più morire: ecco la risoluzione del MoVimento!

Con il termine «caporalato» si tende ad indicare una complessa gamma di fenomeni criminali all'interno dei quali si individua il lavoro nero, l'evasione contributiva e fiscale, il trasporto abusivo, il lavoro minorile, il mercato delle «braccia straniere» e dello sfruttamento sessuale, fenomeni ascrivibili alla più ampia categoria dello sfruttamento del lavoro, purtroppo, sempre più spesso attigui a forme di vero e proprio neoschiavismo. 
Numerose indagini hanno confermato la presenza del fenomeno in tutta Italia, da Nord a Sud e nelle aree di alta produzione agricola con uso intensivo di manodopera sia italiana che straniera, molto spesso «stipata» in veri e propri ghetti, organizzati in squadre e capisquadra. Si tratta di donne e uomini altamente ricattabili a causa dello status giuridico e dell'assenza dell'applicazione dei diritti riconosciuti, con situazioni abitative al di sotto degli standard minimi della dignità umana, e luoghi e condizioni di lavoro estremi, con violenze endemiche quali mancati pagamenti e sempre più spesso aggressioni fisiche, anche a sfondo sessuale).
Nel corso di questa legislatura il Governo è stato più volte sollecitato ad agire sulla questione del caporalato e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura, con numerose interrogazioni ed atti presentati dal Movimento 5 Stelle, tra questi, il 7 agosto 2013, durante l'esame della «conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, recante primi interventi urgenti per la promozione dell'occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonché in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti», è stato accolto l'ordine del giorno (9/1458/54) a prima firma Lupo che impegna il Governo a valutare l'opportunità di prevedere incentivi ad hoc per la manodopera agricola così da abbassare il costo del lavoro e disincentivare il ricorso al lavoro nero da parte degli imprenditori agricoli, mentre il 25 novembre 2014, durante l'esame della «Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell'attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro», è stato accolto l'Ordine del Giorno (9/2660-A/77) a prima firma Gagnarli, che impegna il Governo ad adoperarsi al fine di prevedere agevolazioni per la manodopera agricola. 

Sebbene le precedenti premesse, la stagione estiva appena trascorsa (2015) ha fatto registrare una serie di eventi tragici e luttuosi collegati allo sfruttamento del lavoro nei campi durante le attività di raccolta ortofrutticola e al mancato rispetto delle regole di sicurezza nei luoghi di lavoro molto spesso a seguito della carenza di controlli da parte degli organi di vigilanza, in modo particolare dell'Ispettorato del lavoro e delle Asl, dovuti probabilmente alla mancanza di risorse economiche, strumentali ed umane che se implementati consentirebbero di prevenire il proliferare di tali fenomeni.
Di fronte alle necessità tecniche legate alla tipicità della produzione agricola, le istituzioni hanno fatto un passo indietro lasciando campo aperto alle organizzazioni criminali che in vario modo hanno preso il controllo della situazione. Il caporalato nella sua accezione più ampia risponde alle esigenze specifiche dei territori e per questo si è diffuso ed è ben radicato nella aree dov’è presente, tanto che non sono da escludere casi nei quali gli accordi raggiunti siano il risultato di una vera e propria contrattazione consensuale tra le parti (contratto di strada, vietato per legge). 
Lo stretto legame tra il fenomeno del caporalato e la criminalità organizzata si evince anche dal documento finale della «Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare» della XV legislatura (2007-2008). 
Accanto a contesti di evidenti manifestazioni di illegalità, criminalità mafiosa e sfruttamento schiavistico, vivono anche situazioni che pur rientrando nella fattispecie del caporalato si muovono all'interno di un quadro di parziale o apparente legalità, rendendo la situazione complessa e stratificata, nonché varia a seconda dei territori, delle colture specifiche e delle regioni nei quali si è sviluppata nel tempo.
Nel gennaio del 2010 a Rosarno (Reggio Calabria), i violenti scontri tra residenti e lavoratori migranti, quest'ultimi oggetto di gravi forme di sfruttamento durante la raccolta degli agrumi, hanno portato per la prima volta all'attenzione dell'opinione pubblica italiana, la questione delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini stranieri nelle nostre campagne.
Il fenomeno del caporalato non è nuovo alle istituzioni democratiche del nostro Paese e, come emerge da varie indagini, è parte integrante del sistema economico agroalimentare nazionale da diversi decenni. Tra questi approfondimenti si ricorda la Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del cosiddetto «Caporalato» che svolse i suoi lavori nel corso della XII Legislatura (1995-1996), e «l'indagine conoscitiva su taluni fenomeni distorsivi del mercato del lavoro (lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera)» della XI commissione, durante la XVI legislatura (2009-2010).
Come evidenziato anche nell'ambito dell'indagine conoscitiva su taluni fenomeni distorsivi del mercato del lavoro (lavoro nero, caporalato e sfruttamento della manodopera straniera) della XI commissione, la situazione nel suo complesso si inserisce nel più ampio scenario della globalizzazione dei mercati che ha sancito la diffusione del pensiero e delle pratiche neoliberiste che pongono in primo piano il profitto a discapito dei diritti delle persone e dei lavoratori, condizioni generali che hanno generato una «guerra» sui prezzi di alimenti e materie prime senza esclusione di colpi che di fatto ha portato miseria e forme di neoschiavismo in ampie parti del globo.
Nel corso della predetta indagine, i rappresentanti dell'Eurispes, del Censis, del CNEL e di MSF (Medici Senza Frontiere) hanno evidenziato, ognuno nei propri settori di competenza la gravità della situazione e la necessità di apportare urgenti modifiche sia in ambito normativo che sul piano dei controlli.

Secondo il rapporto «Agromafie» e caporalato» (2014) pubblicato dalla Flai CGIL (mentre si scrive è in corso di stesura del III Rapporto) si tratta di non meno di 400 mila lavoratori sfruttati dai caporali (di cui più dell'80 per cento stranieri), di cui 100 mila in condizioni di grave assoggettamento, definite nel rapporto «paraschiavistiche», concentrati in circa 80 epicentri (distretti agricoli a rischio) dello sfruttamento in Italia, dei quali più della metà registrano condizioni generali indecenti. Più del 60 per cento dei lavoratori sotto caporale non ha accesso a servizi igienici né all'acqua corrente, mentre il 70 per cento presenta malattie (non segnalate prima dell'inizio della vita nei campi), mentre è di 25/30 euro la paga media per una giornata «lavorativa» anche di 12 ore, esattamente il 50 per cento in meno rispetto alla paga prevista dai contratti nazionali che è di circa 8 euro/ora per un massimo di 6,5 ore di lavoro al giorno, mentre in altre aree del nostro, come in prossimità del CARA di Mineo (Catania), la paga è di molto inferiore, circa 10 euro al giorno. Dal suddetto salario il «caporale» sottrae 5 euro/lavoratore per il trasporto sul posto di lavoro, 1,5 euro per una bottiglia d'acqua, 3,5 euro per un panino, ingenerando perciò un trattamento economico col quale nessun essere umano è in grado di condurre una vita dignitosa e sicura.
Sempre secondo il rapporto di cui prima, il «caporalato» ha un costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 600 milioni di euro l'anno, in un contesto dove l'economia sommersa nel settore sottrae un flusso di denaro all'economia legale superiore a 9 miliardi di euro l'anno, mentre nella relazione della direzione nazionale Antimafia del gennaio 2014, la criminalità organizzata nel settore agroalimentare oggi controlla direttamente o condiziona l'intera filiera, con un fatturato di 12,5 miliardi di euro l'anno.

Il caporalato ovvero l'intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, è stato inserito tra i reati perseguibili penalmente solo nel 2011 (decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, in vigore dal 13 agosto 2011, convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148) essendo considerato un «reato spia» di infiltrazioni criminali nel settore agricolo: si stima che il giro d'affari connesso alle agromafie (Primo Rapporto su caporalato e agromafie realizzato da Flai Cgil) sia compreso tra i 12 e i 17 miliardi di euro, il 5-10 per cento di tutta l'economia mafiosa, per la maggior parte «giocato» tra la contraffazione dei prodotti alimentari e il caporalato. Dall'approvazione della suddetta norma fino alla fine del 2013, per il reato in questione sono state arrestate o denunciate 355 persone, 63 nel 2012 e 281 nel 2013.
Ai sensi dell'articolo 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91 convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014 n. 116, è istituita dal 1o settembre 2015 la «Rete del lavoro agricolo di qualità» l'organismo autonomo nato per rafforzare le iniziative di contrasto dei fenomeni di irregolarità e delle criticità che caratterizzano le condizioni di lavoro nel settore agricolo. Possono fare richiesta le imprese agricole in possesso dei seguenti requisiti:
a) non avere riportato condanne penali e non avere procedimenti penali in corso per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto;
b) non essere stati destinatari, negli ultimi tre anni, di sanzioni amministrative definitive per le violazioni di cui alla lettera a);
c) essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi. Le aziende potranno così registrarsi ed essere valutate dalla cabina di regia della rete presieduta dall'INPS di cui ne fanno parte le organizzazioni sindacali, le organizzazioni professionali agricole, insieme ai rappresentanti dei Ministeri delle politiche agricole, alimentari e forestali, del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze e della Conferenza delle regioni, che presenterà un piano organico complessivo per il contrasto stabile al lavoro nero e per intensificare ancora gli sforzi. 

Le aziende agricole possono aderire alla «Rete del lavoro agricolo di qualità» in modo volontario e senza un'intensificazione dei controlli da parte degli organi preposti in materia di vigilanza del lavoro, addirittura facendo presagire un vero e proprio «allentamento» del controllo, e per questo appare del tutto evidente come la misura assuma solamente un mero carattere «promozionale», che fornisce un blando contributo al contrasto dello sfruttamento agricolo e all'intermediazione illecita che necessità bensì di azioni cogenti.
Non può esserci una produzione di qualità senza la qualità del lavoro, ovvero senza il rispetto dei diritti, dei contratti, delle leggi e della dignità delle persone coinvolte nella filiera della produzione-raccolta, trasformazione e commercializzazione del prodotto e, per questo, è necessario che la popolazione sia informata al massimo sulle condizioni di filiera dell'agroalimentare, al fine di operare una scelta di consumo più critica e consapevole, e possibilmente premiando le buone produzioni valorizzandole rispetto a quelle che contengono fenomeni di caporalato e affini. Sarebbe necessario quindi predisporre una strategia complessiva che faccia leva sulla vigilanza, su interventi di semplificazione della normativa, di incentivazione e, soprattutto, su politiche di sviluppo locale, attraverso l'azione congiunta di tutti gli attori impegnati su questo fronte, siano essi soggetti istituzionali, forze sociali, scuola, università, enti di formazione e di ricerca.

Ecco le nostre proposte che abbiamo scritto nella risoluzione:

- Incrementare i controlli su tutto il territorio nazionale ed in particolare nelle aree dove il caporalato è più diffuso, al fine di contrastare e reprimere l'intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, anche attraverso lo stanziamento di maggiori risorse economiche in favore degli organi di vigilanza tra cui gli ispettorati del lavoro; 
- Attivare un coordinamento nazionale dei controlli per quanto attiene la sicurezza e l'igiene nei luoghi di lavoro, l'applicazione della legislazione sociale e tributaria, la regolarità contrattuale e contributiva e la prevenzione dei fenomeni di sfruttamento, al fine di rendere più efficaci i servizi ispettivi espletati dall'ispettorato del lavoro, dall'INPS e dalle forze dell'ordine, prevedendo anche la creazione di una banca dati unica nazionale dei controlli o mettendo a sistema le diverse banche dati esistenti, quali quelle del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, quelle dei centri per l'impiego, dell'INPS (CISOA), dell'INAIL, della guardia di finanza, dell'Agenzia delle entrate e di AGEA; 
- Intraprendere ogni utile iniziativa, anche normativa, al fine di disciplinare la responsabilità solidale delle aziende committenti nel caso di constatazione di sfruttamento del lavoro anche attraverso la predisposizione di un indice di congruità definito a livello nazionale, che indichi il rapporto tra la produzione in campo e la manodopera impiegata nella lavorazione; 
- Attivare un «numero rosso» nazionale in capo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al quale potranno rivolgersi tutti i cittadini italiani e stranieri, che subiscano sfruttamenti, maltrattamenti, condizioni di vita disumane o altre vessazioni durante il lavoro, assicurando parallelamente, una tutela specifica a chi denuncia tali situazioni, facendo si che l'attivazione del servizio sia pubblicizzata a «mezzo stampa», nonché presso i centri di identificazione, tenendo conto di tutte le differenze linguistiche e che le denunce siano trasmesse agli organi ispettivi competenti del luogo da cui provengono, per gli immediati accertamenti; 
- Relazionare periodicamente alle Camere, sul numero e sulla tipologie di denunce pervenute; 
a realizzare una comunicazione sociale per informare e sensibilizzare l'opinione pubblica sul valore del lavoro, sul vergognoso fenomeno del caporalato, che viola i diritti inalienabili dell'uomo stabiliti dalla Costituzione e riconosciuti a livello internazionale, e sugli strumenti di denuncia che possono essere fin dal subito adottati, facendo sì che tale comunicazione, al fine di essere fruibile dalla stragrande maggioranza della popolazione possa necessariamente superare ogni tipo di ostacolo linguistico e culturale, oltre che coinvolgere le organizzazioni imprenditoriali, i sindacati, gli enti locali, in modo da stimolare la crescita di una cultura collettiva che sanzioni tali comportamenti; 
- In accordo con le regioni, ad assumere iniziative per potenziare la Borsa continua nazionale del lavoro, in modo da renderla più congruente alle esigenze del settore primario caratterizzato da una notevole «stagionalità» delle lavorazioni e a tal fine prevedere una sezione apposita per la domanda e l'offerta di «lavoro agricolo», nella quale inserire i nominativi dei lavoratori stagionali con tutte le informazioni necessarie per l'identificazione professionale e che sia immediatamente e facilmente fruibile da parte dei datori di lavoro e dei centri per l'impiego pubblici e, contestualmente, a promuovere lo sviluppo di apposite applicazioni installabili sui dispositivi portatili, di facile utilizzo che consentano, di informare rapidamente i lavoratori stagionali delle offerte di lavoro sopraggiunte (insieme alle caratteristiche del lavoro, durata, mansione richiesta, paga, e altro), e previa accettazione del lavoratore, di fornire un'immediata disponibilità di manodopera ai datori di lavoro; 
- Promuovere l'utilizzo delle liste di lavoratori inseriti nella BCNL, o presso i centri dell'impiego pubblici, da parte dei datori di lavoro, attraverso sgravi fiscali, assicurativi (riduzione dell'aliquota contro gli infortuni sul lavoro), previdenziali o burocratici, in quest'ultimo caso, facendo sì che, attraverso apposite convenzioni con le ASL locali, i medici del lavoro, gli organismi paritetici, tutti gli iscritti alle liste di collocamento, abbiano eseguito la visita medica preventiva, come stabilito dal «Testo unico salute e sicurezza nei luoghi di lavoro», senza ulteriori oneri per i datori di lavoro, nonché ad adottare iniziative per favorire semplificazioni nella stipula dei contratti di lavoro; 
- In accordo con le regioni, a promuovere in via sperimentale, l'istituzione della figura del «garante del lavoro agricolo», inquadrato nell'ambito dei centri per l'impiego provinciale o degli assessorati regionali del lavoro che fornisca il servizio d'intermediazione tra lavoratori e datori del lavoro nell'ambito del settore primario; 
- Assumere iniziative per prevedere, nell'ambito della «Rete del lavoro agricolo di qualità», un periodo transitorio di due anni durante il quale gli organi di vigilanza intensifichino i controlli ispettivi presso le aziende aderenti, in materia di sicurezza, igiene sul lavoro e assunzione della manodopera, superato il quale, senza l'aver riscontrato irregolarità, si avrà pieno accesso alla «rete», prevedendo per queste realtà virtuose, agevolazioni o corsie preferenziali; 
- Assumere iniziative normative affinché il permesso di soggiorno del lavoratore sia prolungato fino alla scadenza dell'indennità di disoccupazione, facendo decorrere il termine della proroga, ai fini della ricerca di una nuova occupazione, dalla scadenza naturale del permesso di lavoro e non dalla data di licenziamento; 
- Emanare, entro e non oltre il mese di gennaio 2016 il decreto attuativo, previsto ai sensi dell'articolo 49, comma 1, del decreto legislativo del 15 giugno 2015, n. 81; 
- Assumere ulteriori iniziative per garantire meccanismi che consentano l'utilizzo legittimo del voucher, rispetto alla quantificazione oraria della prestazione lavorativa, al fine di impedire l'eventuale sfruttamento della manodopera agricola, assunta per lo svolgimento di attività occasionali di tipo accessorio anche attraverso l'applicazione permanente della procedura sperimentale FastPOA, rendendola obbligatoria per tutti i soggetti interessati.

Oltre alla risoluzione, parallelamente, abbiamo ascoltato direttamente dai lavoratori dei ghetti del Foggiano, immigrati provenienti per lo più dal Nord Africa e dalla Bulgaria, quali sono le loro condizioni di lavoro: guadagnano circa 2,50 euro l'ora o lavorano a cottimo per circa 3 euro ogni tre quintali di prodotti raccolti. Su circa 25 euro per 13 ore di lavoro al giorno, ogni operaio agricolo guadagna al netto 15 euro. Il resto va al caporale. E se ti senti male e deve accompagnarti in ospedale, devi dargli altri 20 euro.
Nel palazzo come sul campo. È questo lo spirito che ha dato vita alla nostra proposta parlamentare: toccare con mano la piaga del caporalato direttamente dove si annida e accogliere i pareri dei diversi esperti del settore, dalle sigle sindacali ai funzionari dell'Inail. È per questo che abbiamo chiesto al ministro Martina di accogliere le nostre proposte nel decreto che aveva annunciato già due mesi fa per le due settimane successive e che oggi ha annunciato una seconda volta. Speriamo di vederla una seconda volta, perché di caporalato non si può più morire...

Fitosanitari: bisogna invertire la rotta!

Finalmente potremmo dire addio al ‪glifosato‬ grazie ad una mozione del ‪M5S‬ approvata ieri in Parlamento.
Nella nostra mozione abbiamo impegnato il governo a promuovere, in applicazione del principio di precauzione, iniziative per vietare in maniera permanente la produzione, la commercializzazione e l'impiego di tutti i prodotti a base di glifosato, in ambito agricolo, nel trattamento delle aree pubbliche e nel giardinaggio. Si tratta dello stesso pesticida ed erbicida di proprietà della ‪Monsanto‬ bandito già in altri stati, come la California, perché considerato 'cancerogeno' dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Un veleno che poi arriva nei nostri piatti.
Ma non finisce qui...Tra le altre vittorie portate a casa dal M5S ci sono l'impegno del Governo a rendere obbligatoria l'indicazione in ‪etichetta‬ dell'identità e della alla quantità non solo dei principi attivi ma di tutte le altre sostanze utilizzate e quello ad attivarsi affinché tutte le sostanze immesse sul mercato siano gradualmente incluse nei programmi di monitoraggio. Ora non resta che vigilare affinché l'Esecutivo renda queste misure operative al più presto.
Tuttavia il Governo ha dimostrato di restare ancorato troppo ancorato alla lobbies dei ‪pesticidi‬, visto che ha bocciato altre misure importanti come la richiesta di sostenere l'attività di ricerca sugli effetti cumulativi dei pesticidi sulla salute e di limitare l'uso degli elicotteri e per irrorazione aerea, consentito solo in condizioni eccezionali.
Complessivamente viene quindi rinnovato l'uso dei pesticidi in agricoltura senza regole e senza limiti, continuamente 'in deroga alle norme', come se in Italia fossimo in emergenza ad oltranza. Con la nostra mozione abbiamo infatti proposto di limitare le autorizzazioni per l'uso dei fitosanitari previste dalle norme europee in casi eccezionali e che invece nel nostro Paese vengono applicate come se fossero la regola. Insomma: non si può accettare che su una materia di estrema delicatezza come questa, se esistono delle norme, si escogiti il trucco per bypassarle, oppure che vengano recepite male e dunque stravolte. Ma non si può neanche accettare che là dove le regole non esistono ancora non si faccia nulla per stabilirle. Altrimenti dovremmo pensare che non sia un caso...

26/10/15

Fondi per le bonifiche: la Regione Calabria non sa darmi una precisa risposta!

"Quali siano i progressi compiuti nelle operazioni di bonifica dei siti calabresi non conformi a quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea aggiornati al 15 ottobre 2015 e se i progressi compiuti nelle operazioni di bonifica avvengano in modo tale da garantire l'auspicato superamento delle procedure di contenzioso e pre-contenzioso comunitario."
È quanto si legge nella dettagliata interrogazione parlamentare che ho presentato al Ministro dell’‪ambiente‬ cofirmata anche da Dalila Nesci e Federica Dieni.
Dall’indagine conoscitiva del territorio calabrese effettuata nel 1999 emerge una situazione allarmante, soprattutto se consideriamo che nel frattempo le discariche abusive scoperte sono aumentate e molti siti contaminati nemmeno risultano nell'elenco della Regione. Questa situazione fotografa un territorio fortemente deturpato, sia per quanto concerne l’inquinamento del suolo e delle acque che per quanto riguarda il mero degrado paesaggistico, che costa al nostro Paese una procedura d’infrazione da parte dell’UE che si ritorce ancora una volta sulle tasche dei cittadini, oltre che sulla loro salute.
Ho scritto al dipartimento ambiente della Regione Calabria chiedendo un report sugli interventi già realizzati e la rendicontazione delle spese sostenute, ma non ho ricevuto risposta esaustiva. Il dipartimento ambiente e territorio sostiene che le attività afferenti la bonifica di un sito contaminato rientrano in un procedimento articolato, il cui iter istruttorio difficilmente avrebbe potuto concludersi entro la data di chiusura del programma operativo regionale FESR 2007-2013.
In sostanza non si ha traccia dei 45 milioni di euro destinati alle bonifiche e proclamati in pompa magna da Scopelliti e Pugliano nel 2012 e lo stesso vale per i 50 milioni di euro del 2006. Ancora una volta la Regione si rivela immobile e incapace di affrontare la questione, visto che non ha provveduto alla costituzione di una cabina di regia regionale a supporto dei comuni e non è stata in grado di seguire tutte le fasi di gara e realizzazione degli interventi di bonifica oltre a non aver ancora approvato un nuovo piano regionale dei rifiuti.
A questo punto il Governo valuti il lavoro degli organi preposti ed eventualmente intervenga esercitando poteri sostitutivi. Bisogna applicare il diritto di rivalsa chiedendo il giusto risarcimento ai responsabili del danno erariale: il Presidente del Consiglio e il Ministro dell'Ambiente in carica all'epoca dei fatti, oltre che ai sindaci ed ai presidenti della Regione che hanno amministrato tra il 2007 ed il 2014 i territori dove sono ubicate le discariche, che nulla hanno fatto per evitare la sentenza della Corte di Giustizia.

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24/10/15

Aree contaminate nella PreSila catanzarese

Il governo promuova subito azioni di sorveglianza socio-epidemiologica nel comune di ‪‎Gimigliano‬ (CZ), dove la presenza di cave attive ed inattive, sta provocando un’alta incidenza di malattie oncologiche e neuroncologiche.
Su quest'altra drammatica vicenda di cui nessuno più parla ho depositato un’interrogazione parlamentare. La popolazione residente nell’area è sottoposta da troppi anni a gravi rischi connessi all’esistenza di miniere dismesse o attive in cui è stata riscontrata la presenza di Tremolite e Crisotilo, minerali classificati come amianto.
Un altro sito inquinato nella zona è la discarica di rifiuti solidi urbani di località Marra, dismessa ma mai bonificata, che ha causato l’inquinamento delle falde acquifere della zona. Ma anche la miniera di feldspato di Sorbo San Basile (CZ), che produce polveri e nanoparticelle inorganiche, ma anche materiale di scarto altamente inquinante. L’alta incidenza di patologie connesse alla presenza di siti inquinati, è già stata riscontrata nel 2009 dall’oncologo Pasquale Montilla, a cui non è seguita un’accurata indagine da parte del ministero.
È necessario andare più a fondo in questa storia per salvaguardare la salute dei cittadini della zona ed eventualmente procedere alla bonifica dei siti dismessi. Come al solito le promesse fatte dalla politica negli anni passati non sono state mantenute e la salute dei cittadini anche questa volta non è stata considerata come priorità.

22/10/15

La discarica di Celico #LaChiudiamoNoi

Il Ministro dell'Ambiente deve rispondere al più presto alla nostra interrogazione parlamentare e spiegarci come sia possibile che ‪‎Oliverio‬ abbia derogato per la sesta volta il conferimento di ‪rifiuti‬ nella ‪discarica‬ di ‪Celico‬ se la legge stabilisce un massimo di due deroghe! La mega discarica non si sarebbe dovuta nemmeno costruire, visto che si trova in un’area soggetta a rischio sismico, a vincolo idrogeologico e paesaggistico, a ridosso del Parco Nazionale della ‪Sila‬, a poche centinaia di metri dai centri abitati e dai torrenti. Una discarica inopportuna che è diventata opportunità per i lauti profitti dei privati.

Una volta su quei boschi passeggiava il grande Gioacchino da Fiore, nato proprio a Celico. Oggi su quei boschi ci sono 2 grandi discariche. Una completamente satura e mai bonificata, l'altra in via di espansione. Oggi su quei boschi i cittadini che non abbassano la testa stanno conducendo una battaglia di civiltà senza precedenti. Difendono il proprio territorio da anni e combattono per arginare un vero e proprio disastro ambientale in cui sono tutti colpevoli: destra, sinistra e mercenari dei rifiuti (che spesso si confondono con la ‘ndrangheta).
Tra i colpevoli non poteva mancare il Governatore della Calabria Mario Oliverio, del PD, che nel 2008 da Presidente della Provincia di Cosenza cambiò posizione sulla discarica in pochi giorni. Da contrario diventò favorevole. Ancora oggi i cittadini si chiedono come un ampliamento della discarica bocciato nel 1998 divenne regolare dieci anni più tardi.

Pochi giorni fa il Comitato Ambientale Presilano attraverso una petizione popolare ha raccolto e consegnato agli uffici della Regione 8.000 firme per chiedere di:
- attivare un procedimento per valutare se esistono gli estremi per il ritiro dell’AIA in autotutela;
- non utilizzare né impianto né discarica, per il conferimento di rifiuti appartenenti al circuito pubblico;
- predisporre in tempi brevissimi e condividere le linee guida del nuovo Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti con i sindaci ed ascoltare eventuali proposte provenienti dai comitati e cittadinanza per la stesura definitiva del piano;
- porre particolare attenzione e individuare risorse per la bonifica della vecchia discarica SOGED.

La politica regionale non è incapace, ma palesemente diabolica! Ormai è da vent’anni che garantisce con perfetta continuità l'emergenza rifiuti favorendo i privati. Questo modus operandi come ribadisce la commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo illecito dei rifiuti in Calabria, sta avvantaggiando anche la criminalità organizzata, che si è evidentemente infiltrata nel sistema che stenta a morire. Oliverio non ha la forza, né politica né personale, per invertire la rotta.
Sabato 24 ottobre sarò presente alla manifestazione, perchè se non lo faranno loro, questa discarica, ‪#‎LACHIUDIAMONOI‬!!‬!

LEGGI ANCHE:
- La storia delle discariche di Celico (CS)

21/10/15

Il Sindaco di Gioia Tauro è incompatibile!

Per legge Giuseppe Pedà non può ricoprire la carica di sindaco di Gioia Tauro, perché il suocero, Luigi Bagalà, è amministratore unico di Eurocome, che lì gestisce il servizio di raccolta e trasporto rifiuti, peraltro con una proroga illegittima disposta durante il recente commissariamento del municipio, a ridosso delle ultime comunali.
Sulla vicenda abbiamo interrogato il ministro dell'Interno per sollecitare il prefetto di Reggio Calabria a proporre l'azione di decadenza del sindaco Pedà. La storia lascia interdetti, essendo evidente una fattispecie di grave incompatibilità, che Pedà non ha mai sanato dall'elezione dello scorso giugno. Oltretutto, è bene che il Ministero dell'Interno approfondisca i vari passaggi della proroga a Eurocome, dal momento che fu disposta al di fuori della normativa, senza che la convenzione originaria la prevedesse e perfino aggiungendo la raccolta dei rifiuti indifferenziati.
Non sfugga che proprio sulla gestione del servizio dei rifiuti cadde, perduta la maggioranza, la precedente amministrazione comunale di Gioia Tauro, che con personale interno al municipio aveva attuato il sistema per la raccolta differenziata, evitando aumenti dei costi ed eventuale perdita di controllo nel delicato settore dello smaltimento dei rifiuti urbani. Si tratta di ripristinare nei fatti la legalità, che con tanta leggerezza viene ignorata in Calabria, spesso a favore di misure clientelari che bloccano l'emancipazione dalla cultura del prevaricare, propria della mafia.

Parlamentari calabresi M5S

CHI LA DURA LA VINCE!

La centrale a ‪‎biomasse‬ di località Pian di Moggio nel comune di Sorbo San Basile e a 2 passi dal Parco Nazionale della ‪‎Sila‬ non si farà. Il TAR ha accolto le tesi del comitato annullando l'autorizzazione per la realizzazione e messa in esercizio dell'impianto.
Ormai più di due anni e mezzo fa, presentai la mia prima interrogazione parlamentare appena entrato in Parlamento.
Un atto di sindacato ispettivo a cui la politica non è stata capace di dare risposte, dimostrandosi più lenta della giustizia.
Abbracciai quella causa già da attivista, quando entrai a far parte di un comitato di cittadini che si batteva contro la costruzione di quella centrale e che nel 2012 aveva già presentato un articolato ricorso al TAR Calabria.
Con una certa emozione, oggi annuncio che quel comitato, quei cittadini liberi e consapevoli, hanno vinto la loro battaglia e quella centrale non si farà!
La battaglia dei cittadini contro la costruzione della centrale a biomasse di Sorbo San Basile, sia da esempio a tutta la Calabria. I comitati e le associazioni che si sono battuti contro l’ennesimo mostro che avrebbe deturpato la Sila, era formato da cittadini di diversi schieramenti politici e associazioni, uniti dall'obiettivo di impedire un ennesimo scempio al loro territorio. Un plauso a loro!
La nostra terra ha un terribile bisogno di cittadini che lottino insieme per salvaguardare il proprio territorio. A prescindere da ciò che si sceglie in cabina elettorale, perché ci sono lotte di buon senso che non hanno colore politico.

20/10/15

40 mila calabresi ancora aspettano gli ammortizzatori sociali

Il governo si adoperi per garantire le spettanze arretrate senza aggravio di tassazione ai percettori di ammortizzatori sociali in deroga calabresi. È quanto ho scritto nell'interrogazione parlamentare al Ministro del lavoro ed il Ministro dell’economia. Oltre quarantamila calabresi aspettano di ricevere le spettanze per gli ammortizzatori in deroga addirittura dal 2013. Questo comporterà anche un aggravio dal punto di vista fiscale, che è iniquo ed ingiusto.
Per molti cittadini, gli ammortizzatori sociali rappresentano l'unica entrata economica e dunque l'unico strumento di sostentamento. La situazione di disagio è aggravata dalla mancata comunicazione da parte delle istituzioni di riferimenti temporali certi per la soluzione. Abbiamo chiesto al governo di adottare le misure necessarie per garantire un trattamento omogeneo su tutto il territorio nazionale e di chiarire la loro posizione alla luce delle nuove disposizioni normative contenute nel jobs act.
La verità è che il reddito di cittadinanza è l’unico modo per invertire questa terribile tendenza. Il governo Renzi è incapace di dare una chiara visione del futuro a chi ha perso il lavoro. Renzi preferisce finanziare l’acquisto di un nuovo aereo che lo scarrozzi in giro per il mondo e dimentica di pensare a chi non ha il necessario per mandare avanti la propria famiglia. Il paradosso più doloroso è che questa gente avrà un aggravio fiscale giustificato esclusivamente dai ritardi di uno Stato che si dimentica di loro.

15/10/15

La storia delle discariche di Celico (CS)

La storia che stiamo per raccontarvi inizia nel lontano 1995, quando l’amministrazione di Celico decide di individuare un luogo nel quale realizzare una discarica controllata.
Mentre in tutto il mondo si parlava già del sistema Rifiuti Zero, in Presila invece si correva ai ripari per trovare un luogo dove sversare i rifiuti in un modo un po’ meno devastante di come si era fatto sino ad allora, ovvero sversarli in ogni anfratto nascosto tra i boschi della Sila.
Se fino al 1995 i rifiuti erano stati sversati tra i boschi è naturale che la scelta del luogo nel quale realizzare una devastante discarica non poteva che essere un bosco. Anzi, per non farsi mancare nulla, gli amministratori dell’epoca scelsero la cresta di una montagna. E per rendere il lavoro completo scelsero un bosco, sulla cresta di una montagna, che per raggiungerlo bisognava inerpicarsi per le strade dell’abitato.
Il posto che meglio rispondeva a questi requisiti era un bosco in Contrada San Nicola. Nello stesso luogo in cui il padre di Gioacchino da Fiore aveva una vigna e nel quale il frate soleva passeggiare per elevare le sue preghiere a Dio, accompagnate spesso da lagrime.

L’idea è quella di incentivare lo “sviluppo” locale e la “tutela” del territorio attraverso la costruzione e l’apertura di una discarica. A tal fine fu costituita la SOGED, una società pubblico-privata costituita dal Comune di Celico e dagli imprenditori Mirabelli e Gallo.
La discarica, costata 880 milioni di vecchie lire, era pensata per sversare 78.000 metri cubi di rifiuti allo stato tal quale prodotti da quattro comuni presilani consorziati. Già durante la costruzione si presentarono i primi problemi: una frana, che preannunciava la non idoneità del luogo, ne determinava la modifica in corso d’opera della volumetria.
I criteri di costruzione della discarica probabilmente rispondevano a quanto previsto dalle norme dell’epoca, ma negli anni successivi, quei criteri sarebbero stati ritenuti insufficienti a trattenere i veleni prodotti dalla decomposizione dei rifiuti. Con gli anni si è scoperto che non esistono membrane che riescono a resistere alla corrosione provocata dal percolato da tal quale, pertanto sono state introdotte norme che impongono il trattamento dei rifiuti in modo da renderli meno aggressivi verso le membrane di contenimento.
In ogni caso la discarica fu realizzata e sfortuna volle che quella buca enorme fosse considerata l’unica in grado di raccogliere i rifiuti della provincia di Cosenza che iniziava a sperimentare le prime emergenze rifiuti.

Fu così che dal 1995 al 23 giugno 2003, un via vai di camion carichi di spazzatura, che stranamente viaggiavano anche di notte, iniziò a sversare in Contrada San Nicola, nei pressi della vigna del padre di Gioacchino da Fiore, non 78.000 metri cubi ma ben 107.000.
In poche parole, in una discarica costruita per riuscire a contenere 78.000 metri cubi di rifiuti, ma che in seguito si sarebbe scoperto non essere in grado di trattenere in modo idoneo neanche tale quantità, ne sono stati sversati il 50% in più con successivi devastanti sovrabbanchi.
Negli ultimi anni nel comune di Celico è stato riscontrato uno strano picco di malattie alla tiroide e di un particolare tipo di tumore riscontrabile solo in luoghi fortemente inquinati.
E’ naturale che si giunga a sospettare che la causa possa essere legata all’inquinamento provocato dalla vecchia discarica.
Alcune testimonianze raccontano di due operai che, dopo aver lavorato per anni nella discarica, sono deceduti dopo essersi ammalati di tumore.
Altre testimonianze parlano di abbondanti perdite di percolato nel torrente Cannavino e di animali morti dopo essersi abbeverati nel corso d’acqua.
Al momento della chiusura della discarica l’Arpacal ha effettuato alcune analisi che non hanno rilevato valori anomali. Ma il modo in cui sono stati condotti i prelievi, in numero e con una profondità inferiore a quella prevista, e la presenza di sostanze tossiche rilevate successivamente, e i cui valori sono superiori ai limiti di legge, lasciano non pochi dubbi sull’attendibilità degli stessi.
Della vecchia discarica non esiste un vero e proprio piano di caratterizzazione, nè un piano di bonifica, ma solo un progetto di messa in sicurezza con costi molto elevati parte dei quali a carico della collettività.
La differenza tra una bonifica e una messa in sicurezza è sostanziale. La bonifica dovrebbe portare alla rimozione degli inquinanti, mentre la messa in sicurezza è semplicemente un’opera di contenimento degli inquinanti nel tentativo di posticiparne negli anni l’eventuale fuoriuscita nell’ambiente circostante.

12 settembre 1997 – ore 18:30 – Sala Consiliare Comune di Celico
Mancavano due anni alla data di prevista chiusura della vecchia discarica pubblico-privata. In realtà poi sarebbe stata usata per altri 6 lunghi anni. In consiglio si discute del “Piano di indirizzi per la programmazione ambientale”.
Rimarrà deluso chi immagina che in quella sala, memori della devastazione provocata dalla prima discarica, si discutesse sulla bonifica del luogo e di una svolta radicale nella gestione dei rifiuti.
All’ordine del giorno c’era la programmazione della realizzazione di una nuova discarica. Si proprio così, una nuova discarica sempre in località San Nicola, in prossimità di quella che stava per essere chiusa perché, come si dice in freddo gergo tecnico, stavano esaurirsi i volumi d’abbanco: in altre parole era stracolma di rifiuti.
Alcuni consiglieri di minoranza tentavano di far comprendere che l’utilizzo della vecchia discarica era stato stravolto rispetto a quanto previsto ma il consigliere di maggioranza Oreste Via, intervenendo, illustrava la storia e i vantaggi derivanti derivanti dall’aver realizzato una discarica nel bel mezzo di un bosco. I verbali del consiglio non chiariscono quali sarebbero stati questi vantaggi ma ci verrebbe da pensare ai lauti guadagni dei membri del consiglio di amministrazione della SOGED perché a noi riesce difficile pensare che qualcuno non potesse non rendersi conto che la vecchia discarica stava per mostrarsi come una vera e propria bomba ad orologeria e che di vantaggi per la cittadinanza non se ne vedeva neanche l’ombra.
Fu così che l’amministrazione di Celico nel 1997 iniziò il percorso autorizzativo che porterà alla realizzazione e all’utilizzo della nuova discarica.
Ci teniamo a rimarcare che nel 1997 si decise di realizzare una nuova discarica, non un sito per la lavorazione dell’umido come qualcuno ha tentato di far credere nel corso degli anni. Una vera a propria nuova discarica nel più bel bosco di Celico. In un luogo dove la natura regalava grosse castagne ‘nserte e meravigliosi porcini e che secoli orsono aveva ispirato Gioacchino.

Ma l’amministrazione di Celico non aveva fatto i conti con il Corpo Forestale dello Stato che riconosceva l’area interessata dalla nuova discarica come sottoposta a vincolo idrogeologico. Inoltre il vasto bosco interessato era sottoposto a tutela paesaggistico-ambientale. La Forestale metteva in guardia inoltre dalle modalità di realizzazione della vecchia discarica che avrebbe potuto costituire un corpo di diga con conseguenze devastanti per il territorio a valle. La Regione Calabria pertanto, supportata dal parere negativo del Corpo Forestale dello stato, negava il rilascio dell’autorizzazione.
Di notevole interesse sono le parole usate nel dispositivo emesso dalla regione Calabria per negare il rilascio dell’autorizzazione: “la notevole estensione dell’area da impegnare per l’interramento dei rifiuti allo stato tal quale potrà determinare notevoli effetti negativi nell’ambiente limitrofo”.
In altre parole la Regione Calabria riconosceva scrivendolo nero su bianco che la realizzazione di una nuova discarica in contrada San Nicola sarebbe stato devastante per l’ambiente circostante.
Era il momento per chiudere definitivamente con l’idea di incentrare lo sviluppo del territorio sulle discariche. Il territorio di Celico era già stato per anni il ricettacolo dei rifiuti della provincia di Cosenza e la Regione metteva in guardia dall’idea folle di realizzare una nuova discarica.
Cosa può aver spinto l’Amministrazione di Celico a ricercare la strada per riuscire a realizzare ad ogni costo la nuova discarica? Business is business.

L’utilizzo della vecchia discarica probabilmente ha generato la distribuzione di una tale quantità di denaro, probabilmente in modo lecito ma chissà se in modo altrettanto opportuno, tale da spingere l’amministrazione di Celico ad individuare modifiche al progetto tali da convincere la Regione a rilasciare l’autorizzazione. Così viene presentato un nuovo progetto che interessa un’area molto meno vasta di quella prevista nel progetto iniziale.
A questo punto la Regione Calabria cede e rilascia l’autorizzazione. Il Corpo Forestale specifica però che, il parere positivo si limita solo ad una minima porzione dell’area interessata dal primo progetto e che “la nuova proposta progettuale avanzata deve intendersi come l’unica ammissibile”. In altre parole Forestale e Regione dicono: “abbiamo provato a mettervi in guardia ma se non siete interessati voi a tutelare il vostro territorio noi non possiamo fare le barricate quindi fate pure purchè non esagerate”.
Così nel dicembre 1998 il Commissario per l’emergenza rifiuti , Pietro Fuda, approva il progetto di realizzazione della discarica.
Trascorrono un paio di anni e il 2 Agosto 2001 il 50% della MIGA passa dalle famiglie Mirabelli e Gallo alla società Salvaguardia Ambientale di Raffaele Vrenna. Il Ras della spazzatura calabrese entra a far parte del consiglio di amministrazione della MiGa.
Per capire chi è Salvaguardia Ambientale basti pensare che si occupa anche del trattamento dei rifiuti ospedalieri. Nel 2012 Salvaguardia Ambientale si aggiudicò l’appalto per la gestione dei rifiuti ospedalieri di tutta la regione Abruzzo con un ribasso del 37% (pari a uno sconto di 15 milioni di euro) che portò alla mobilitazione dei media abruzzesi per il sorgere di forti dubbi sulle modalità di smaltimento di tali rifiuti speciali. Lo stesso accadde qualche tempo dopo per i rifiuti ospedalieri della Regione Basilicata.

Il 24 settembre 2001 accade un fatto inatteso. La Regione Calabria infatti ci ripensa e revoca l’autorizzazione per realizzare la nuova discarica. Non siamo riusciti a risalire alle motivazioni di questa revoca perché i documenti sono per noi introvabili. Inizia infatti da questa revoca un buco nella storia della discarica.

Quel che è certo è che 18 ottobre 2001 la giunta comunale di Celico non accetta la decisione della regione e dopo soli 24 giorni, incarica due avvocati per effettuare ricorso al TAR. La giunta guidata da Oreste Via infatti non accetta la revoca dell’autorizzazione per realizzare la discarica e con i soldi dei cittadini di Celico paga due avvocati per fare ricorso. Come ricorderete Oreste Via è lo stesso personaggio che nel 1997 interveniva in consiglio a nome della maggioranza per illustrare i vantaggi generati dall’utilizzo della vecchia discarica.
Il buco sulla storia della nuova discarica termina con l’incarico agli avvocati da parte del comune di Celico per contrastare la revoca dell’autorizzazione e da parte della Regione per difendere la revoca.
Arriviamo così al 4 ottobre del 2002 quando Alessandro Brutto, cognato di Vrenna, assume la carica di Amministratore Delegato della MiGa e al 18 novembre 2002, quando il Commissario per l’emergenza rifiuti Giuseppe Chiaravalloti, autorizza la messa in esercizio della discarica realizzata sulla base dell’autorizzazione ricevuta nel 1998.
Cosa sia accaduto tra il 18 ottobre 2001 e il 18 novembre 2002 rimane un mistero. Quel che è certo è che la Regione Calabria aveva individuato elementi per ritenere la nuova discarica non più realizzabile e che in seguito a qualche “strano intervento” questi elementi sono stati messi da parte.

Nel frattempo giunge un’altra tegola per Via, Vrenna e tutti coloro che spingono per realizzare la nuova discarica. Infatti, il 13 gennaio del 2003, viene approvato il decreto legislativo numero 36 che, recependo una direttiva europea del 1999, stabilisce nuovi criteri per la realizzazione delle discariche. Tali criteri rendono il progetto della MiGa del tutto sorpassato. Il decreto stabilisce tra l’altro che in discarica non può essere sversato il rifiuto non trattato e che le discariche di norma non possono essere realizzate in zona sismica di prima categoria. Classificazione nella quale rientra la Presila intera. La discarica della MiGa così risulta non utilizzabile perchè non a norma e questa condizione, tutt’ora in forza, durerà sulla carta solo sino al 2008.

Il 23 marzo 2005 Vrenna decide di rilevare integralmente la MIGA. La società che ha un capitale sociale di soli 26.000 euro verrà da ora in poi gestita dall’Amministratore unico Alessandro Brutto, cognato dello stesso Raffaele Vrenna.

Ma a chi è il RAS dei rifiuti calabresi che ha rilevato la società MIGA che gestisce la discarica di Celico?


Investireste voi i vostri denari in una società che dovrebbe realizzare e gestire una discarica che è non a norma e che quindi non potrebbe ricevere rifiuti e quindi produrre utili?

La seconda tegola per Vrenna, Via e il neo acquisto Luigi Corrado arriva nel 2007, quando la Regione Calabria approva il nuovo Piano Regionale Rifiuti. Il piano vieta l’utilizzo degli impianti privati a supporto dell’impiantistica pubblica nella gestione dei rifiuti prodotti in regione. Detto in altre parole nel 2007 la discarica della MiGa non solo non è a norma, ma l’impianto non può ricevere rifiuti prodotti nella regione Calabria.
Vrenna non si scoraggia, è cosciente che ogni volta che in Calabria si scava una buca prima o poi si troverà il modo di sversarvi rifiuti, magari anche allo stato tal quale in modo da massimizzare i profitti.

Probabilmente di ciò erano coscienti anche gli amministratori del Patto Territoriale Silano quando, nel 2007, decisero di regale a Vrenna, tramite la MI.GA., poco meno di un milione e mezzo di euro di fondi pubblici.
Tali fondi, che dovrebbero essere utilizzati per la promozione dello sviluppo locale, vengono concessi alla MiGa per acquistare macchinari per il trattamento dei rifiuti solidi urbani da sversare in una discarica. Peccato che la discarica non solo non è a norma ma non può ricevere i rifiuti prodotti nella nostra regione. Con quale criterio sono stati concessi questi fondi? Non sarebbe arrivato il momento che qualcuno ne renda conto?

Arriviamo al 2008 quando la MIGA dichiara di aver avviato l’impianto di biostabilizzazione. Ma per biostabilizzare che cosa? Con rifiuti provenienti da dove? Quel che è certo è che la MiGa non poteva ricevere rifiuti prodotti in Calabria. Quel che è ancora più certo è che un impianto che produce compost, per quanto di qualità, non è economicamente sostenibile se i costi di trasporto sono eccesivi e importare rifiuti compostabili da fuori Calabria per giungere alle porte della Sila ha costi insostenibili.

Sino quindi nel 2008. La discarica non può essere utilizzata perché non risponde ai requisiti previsti dalla normativa nazionale e non può ricevere rifiuti prodotti nella Regione Calabria. Ma c’è di più. Nel progetto iniziale la strada di accesso passa dal comune di Rovito e l’amministrazione di tale centro si è opposta nettamente al transito del mezzi che trasportano rifiuti.
Il Sindaco protempore di Rovito inizia a ricevere intimidazioni pesantissime. Non sappiamo se gli episodi siano legati al diniego per l’utilizzo della strada ma le tempistiche sono preoccupanti.
L’opposizione dell’amministrazione di Rovito all’utilizzo della strada è inamovibile. Il transito dei mezzi carichi di rifiuti avrebbero devastato la tranquilla vita dei residenti. Alle preoccupazioni del Sindaco di Rovito si contrappongono le azioni scellerate del sindaco Luigi Corrado di Celico che nel 2008 autorizza la realizzazione di una nuova strada che dalla provinciale che porta a Monte Scuro si inerpica a ridosso del Parco Nazionale della Sila e costeggiando il Cannavino porta in località San Nicola.

Vrenna avrà pensato: “se a Celico c’è un Sindaco così accondiscendente è giunto in momento per fare il grande passo”. E così il 27 giugno 2008 la MiGa decide di richiedere l’autorizzazione per ampliare la volumetria della discarica e per adeguarla alla nuova normativa.
Il nuovo progetto si estende sino ad interessare le aree soggette a vincolo per le quali la forestale nel 1997 aveva dato parere nettamente negativo. E in questo devastante progetto trova complice il Comune di Celico, la Provincia di Cosenza e la Regione Calabria.

E’ illuminante leggere i verbali delle conferenza dei servizi che decidono sull’ampliamento della discarica.
Nella prima riunione il Sindaco del Comune di Celico, Luigi Corrado, ribadisce “la necessità e l’urgenza ai fini della tutela del territorio e dell’ambiente di avviare rapidamente i lavori di costruzione della discarica, e considerato che la conferenza dei servizi, non aveva raggiunto gli scopi per cui era stata indetta”, ovvero l’ampliamento della discarica, chiedeva che “in tempi brevi fosse predisposta una ulteriore convocazione”.
Veramente strana la fretta di Luigi Corrado. Il Sindaco del paese che avrebbe risentito maggiormente degli effetti nefasti dell’apertura della discarica spingeva per giungere al più presto al rilascio delle autorizzazioni. Questa fretta è ancora più strana quando, leggendo il progetto della MiGa, si ritrova nero su bianco la previsione di quello che sarebbe accaduto di li a qualche anno. La MiGa infatti, nel richiedere l’autorizzazione, scriveva che con molta probabilità la discarica sarebbe stata utilizzata in occasione delle emergenze per sversare tal quale.
Perché dunque tutta questa fretta mostrata dal Sindaco Luigi Corrado?
Luigi Corrado è lo stesso primo cittadino che ritroveremo nel 2014, con grande faccia tosta, presentarsi al presidio che tentava di bloccare l’utilizzo della discarica. Come poteva nel 2014 sostenere la battaglia di legalità per bloccare la discarica quando egli stesso aveva contribuito in maniera determinante per il rilascio dell’autorizzazione?
E’ ugualmente molto interessante leggere la posizione dell’Amministrazione Provinciale guidata da Mario Oliverio. Nel primo verbale il rappresentante della Provincia fa una valutazione tecnica dichiarando che non vi sono gli elementi per poter valutare la possibilità di rilascio dell’autorizzazione. Nella seconda riunione la Provincia cambia totalmente tono e con un intervento tutto politico afferma che, “condividendo la politica di gestione dei rifiuti della Regione Calabria, al fine di aumentare le capacità di stoccaggio e trattamento esprime parere favorevole all’ampliamento della discarica”. Innanzitutto è utile ricordare che nel 2008 la Calabria era sotto commissariamento per l’incapacità di risolvere l’emergenza rifiuti, pertanto condividere la politica di gestione dei rifiuti della Regione Calabria equivale a condividere il coacervo d’interessi che hanno condannato la nostra regione a 17 anni di commissariamento. Sarebbe poi da chiedersi chi e cosa è intervenuto tra la prima e seconda riunione della conferenza dei servizi per portare l’Amministrazione Provinciale ad un così repentino cambio di posizione.

Altra stranezza che si rileva nei verbali è l’assenza della Soprintendenza ai beni artistici e ambientali. Come ricorderete l’area interessata dalla discarica è soggetta a vincolo paesaggistico ambientale e solo la Soprintendenza avrebbe potuto far valere tale vincolo. L’assenza di tale ente ha permesso pertanto di by-passare impunemente tale vincolo garantendo una sorta di silenzio-assenso.

Ma il quadro non è completo senza descrivere chi erano i personaggi che hanno autorizzato l’ampliamento della discarica a livello regionale.
Il primo è il plurindagato commissario all’emergenza rifiuti Goffredo Sottile.
Il secondo è il Dirigente del Dipartimento Ambiente della Regione Calabria Giuseppe Graziano, attualmente consigliere regionale di forza italia, un personaggio paradossale e vediamo perché.
Il 7 gennaio 2013, il sito DAGOSPIA, scrive che il ministro dell’agricoltura Mario Catania sta per nominare i nuovi comandanti regionali della forestale.
Tra di questi c'è Giuseppe Graziano indagato in Calabria per falso in atto pubblico e abuso d’ufficio.
Per lui il tribunale del riesame di Catanzaro aveva disposto la sospensione da ogni pubblico ufficio visto il concreto pericolo che lui ed altri indagati commettessero altri gravi delitti della stessa specie.
Dagospia afferma che Graziano è un grande collettore di incarichi pubblici e consulenze. E’ stato anche direttore del Parco del Pollino e in tale veste condannato dalla corte dei conti della Basilicata a restituire 20.000 euro.
Mentre era in aspettativa dalla Forestale ha ricoperto l’incarico di dirigente del dipartimento ambiente della regione Calabria.
In Calabria è stato a capo del nucleo di valutazione ambientale dando il via libera al parco eolico Borgia 1.
Secondo il Pubblico Ministrero Villani quel via libera fu dato con innumerevoli irregolarità, configurando il rischio concreto di modificazioni irreversibili del territorio e con danno per l’ambiente ed il paesaggio.
E’ stato sospeso da ogni pubblico ufficio con sentenza del 16 ottobre 2013 per poi essere nominato comandante regionale della forestale.
Vale a dire di quello stesso organo dello stato, posto a difesa dell’ambiente, che nel 1998 aveva rimarcato che non era possibile costruire una nuova discarica in località San Nicola interessando l’area sulla quale egli, come dirigente regionale, nel 2008 forniva invece parere favorevole.

Nell’autorizzazione rilasciata dalla regione, con il consenso del Comune di Celico e della Provincia di Cosenza, sono elencati i rifiuti che possono essere abbancati in discarica. L’elenco è lunghissimo e preoccupante ma è sufficiente leggere che in discarica saranno sotterrati: rifiuti da estrazione di minerali metalliferi e non, fanghi rossi, contenenti barite e cloruri, scarti di tessuti animali, feci animali, urine e letame, rifiuti prodotti da trattamenti chimici, cuoio conciato contenente cromo, ossidi di metallo, scorie fosforose, nerofumo, ceneri pesanti e leggere, scorie, polveri e particolato, scorie non trattate, rifiuti di allumina, rifiuti della fabbricazione di amianto-cemento, ceneri di zinco, catalizzatori, fanghi delle fosse settiche, rifiuti della pulizia delle fognature.

Nel presentare l’autorizzazione viene richiesta alla MIGA una relazione integrativa sull’impatto ambientale. In tale relazione si riscontrano una serie di informazioni che rendono bene l’idea di come la realizzazione della discarica sia stata voluta ad ogni costo infischiandosene della salute dei cittadini.
Nella carteggio prodotto nel 2008 dalla MIGA, viene allegata una relazione integrativa del sindaco di Celico del 1997 che, sulla base delle misure effettuate dalla MIGA stessa, certifica che la distanza dal centro abitato di Celico è inferiore ai mille metri previsti per legge. Nella relazione si afferma che tale prescrizione può essere derogata perché previsto da una delibera di giunta. Peccato che nel 2008 tale delibera era stata abbondantemente superata da nuove norme. Nella stessa documentazione si dimentica colpevolmente che la discarica dista meno di 1000 metri anche dal centro abitato di Rovito e da tale centro la discarica è perfettamente visibile.

Il fatto più allarmante è determinato dalla posizione dell’amministrazione di Celico guidata da Luigi Corrado che, ignorando completamente la questione della salute dei propri cittadini e di quella dei comuni limitrofi, autorizza la realizzazione di una discarica pur sapendo che la distanza dall’abitato non garantisce un margine minimo di sicurezza.
Che la distanza dai centri abitati non è adeguata se ne accorgono per primi e a proprie spese i cittadini di Rovito e poi quelli di Celico e dei comuni limitrofi quando la MIGA inizia a lavorare rifiuti biodegradabili di cucine e mense, scarti non utilizzati per il consumo o la trasformazione, imballaggi in legno, feci animali, urine e letame per produrre compost.

A questo punto parte la cortina fumogena che tende a presentare la discarica come un sito di compostaggio. Le preoccupazioni dei cittadini si concentrano sulla puzza insopportabile che viene emessa durante le fasi di lavorazione dell’umido, mentre si continua sottotraccia a lavorare per permette l’utilizzo di quella che è nata da subito come discarica.

La proteste dei cittadini, soprattutto di Rovito, spingono il prefetto ad intervenire. La MIGA si impegna ad effettuare la lavorazione dell’umido in locali chiusi. Tale prescrizione è da sempre contenuta delle autorizzazioni rilasciate alla MiGa ma costantemente violata, costantemente denunciata mentre la Regione Calabria che dovrebbe intervenire revocando le autorizzazioni continua imperterrita a rilasciare proroghe su proroghe.

Nel 2012 la MIGA inizia a commercializzare il compost prodotto con il nome di “Biocompost Compost Biologico” e nell’approvazione del bilancio comunica che a breve entrerà in esercizio il primo lotto di discarica. Ci verrebbe da chiedere per sversare cosa? Coma faceva MiGa a sapere che di li ad un paio di anni sarebbe esplosa l’ennesima emergenza rifiuti e che la Regione Calabria avrebbe stravolto le norme per permettere l’utilizzo della discarica illegale di Celico?
Nello stesso bilancio del 2012 la MiGa dichiara di aver accumulato perdite per 336.463 euro.

Nell’Amministrazione guidata da Luigi Corrado qualcuno deve essersi impietosito per un perdita di denaro così consistente e così nel luglio 2013 il Consiglio Comunale di Celico approva un protocollo d’intesa per giungere all’utilizzo della discarica della MIGA.

A questo punto siamo nel 2014. Vrenna ha dalla sua l’amministrazione di Celico, la Provincia di Cosenza e tutti coloro che hanno garantito il mantenimento di una situazione di emergenza nella gestione dei rifiuti. Anche il Crotonese assessore all’ambiente Pugliano ha tutti gli interessi per avviare nella discarica di Celico i rifiuti di mezza Calabria. Ma per l’utilizzo della nuova discarica di Celico c’è un ultimo ostacolo costituito dal Piano Regionale Rifiuti che impedisce l’utilizzo degli impianti privati.
Il problema è presto risolto nel febbraio 2014 da un emendamento alla legge regionale presentato da Fausto Orsomarso. Tale norma modifica il Piano Regionale per la gestione dei rifiuti e permette l’utilizzo anche delle discariche private e persino quelle il cui percorso di autorizzazione definitiva risulta ancora in corso. L’emendamento è molto contestato dalla minoranza dell’epoca in consiglio regionale. Leggere i verbali della seduta di consiglio è emblematico. Il Consigliere Guccione accusa la giunta Scopelliti “di aver approvato l’emendamento perché non è in grado di uscire dall’emergenza rifiuti, che la norma presenta profili di incostituzionalità e che Scopelliti piuttosto che premiare la Presila per aver raggiunto alte percentuali di differenziata nella raccolta dei rifiuti, ha adottato soluzioni che distruggono un sistema, un modello e puniscono un’ esperienza positiva”. Il consigliere Orsomarso interviene e dalle sue parole si comprende che non sa neanche di cosa si sta parlando, mentre Sandro Principe si lamenta perché a suo tempo non è stata autorizzata la realizzazione di un inceneritore nella città di Rende.

Dal febbraio 2014 non esistono più ostacoli per utilizzare una discarica voluta dall’amministrazione di Celico sin dal 1997, in un’area soggetta a rischio sismico 1, a vincolo idrogeologico e paesaggistico-ambientale, a ridosso del Parco Nazionale della Sila, a poche centinaia di metri dai centri abitati, a poche decine di metri dal torrente Pinto e dalla ferrovia e a più di 800 metri sul livello del mare.

L’improvvisa, ma non inaspettata apertura della discarica, provoca la reazione delle popolazioni che abitano nei paesi a ridosso del sito.
Il 16 febbraio 2014 centinaia di persone muovono in marcia dal centro di Celico sino al presidio che diventerà per diversi giorni simbolo della protesta tanto da essere intitolato “piazza della libertà”.
Nel presidio decine di persone stazioneranno giorno e notte per impedire il transito dei mezzi che trasportano rifiuti. La resistenza è inamovibile sino al 21 febbraio, quando un centinaio di uomini delle forze dell’ordine tra carabinieri, polizia e guardia di finanza, provano a forzare il blocco. Si giunge ad una mediazione. Al fine di far cessare l’emergenza che ha fatto si che le strade dell’intera Calabria fossero invase dai rifiuti, il presidio concede il transito dei mezzi carichi di rifiuti solo per dieci giorni. In cambio pretende il controllo di ogni mezzo per verificare il tipo di rifiuto trasportato e la possibilità di visitare la discarica.
Al termine dei dieci giorni l’emergenza rifiuti in Calabria non è cessata. Il presidio si sposta in prossimità della strada privata di accesso alla discarica che s’innesta sulla provinciale che porta a Monte Scuro.
Le istituzioni non mantengono la promessa. Si tenta nuovamente di forzare il blocco e di far transitare mezzi che trasportano tal quale. La resistenza è forte e al grido di “legalità” la regione è costretta a tornare sui suoi passi. Si giunge ad un nuovo accordo. Le forze di oppressione utilizzate per fiaccare la resistenza sono in sovrannumero rispetto alla popolazione resistente. Le lunghe giornate sotto la pioggia gelida e la neve impediscono di opporre una resistenza duratura. Si giunge ad un nuovo accordo che prevede la possibilità di sversare solo dopo aver trattato i rifiuti a norma di legge.

Il Comitato Ambientale Presilano alla resistenza civile associa la battaglia legale. Tra le altre cose invia le proprie osservazioni alla conferenza dei servizi che deve decidere sul rinnovo dell’autorizzazione scaduta nel luglio 2013. Si contesta la distanza minima dai centri abitati non rispettata, la presenza di inquinanti nell’area che dovrebbe indurre ad una maggiore prudenza e la mancanza di una relazione geologica a norma.
La regione chiede al Comitato Ambientale Presilano (CAP) di fornire maggiori elementi sulle distanze che non rispettano le soglie minime, confermando che una discarica non può essere realizzata a meno di 1000 metri da un centro abitato. Il CAP chiede agli uffici tecnici del Comune di Celico e di Rovito di certificare le distanze e da tali relazioni si scopre che la discarica non ha la distanza minima non solo dai centri abitati di Rovito e Celico ma anche dal torrente Pinto, dalla ferrovia e dalle case sparse. Tutto ciò a conferma dell’illegalità della discarica della MiGa.
Le relazioni vengono inviate alla conferenza dei servizi ma il Dipartimento Ambiente sconfessa quanto affermato precedentemente e dichiara che il problema della distanza è già stato valutato in fase di prima autorizzazione e che quindi non può tenere conto della controdeduzione. In altre parole la Regione afferma che è vero che la discarica non rispetta i requisiti per poter essere autorizzata ma che tale autorizzazione sarà rinnovata perché qualcun altro, precedentemente, ha deciso di violare le norme.
Il CAP costringe anche il Comune di Celico e la Provincia di Cosenza ad intervenire perché la strada utilizzata per giungere alla discarica non è a norma.
Il Comune di Celico non può fare a meno di emettere un’ordinanza che limita il transito solo ai mezzi senza rimorchio e di più ridotte dimensioni.
Da parte sua, anche la provincia di Cosenza impone ai mezzi che vogliono accedere alla strada privata che porta in discarica di non attraversare la carreggiata e dunque di accedere dalla direzione opposta, vale a dire da Fago del Soldato.
Inutile dire come tali prescrizioni vengano quotidianamente violate se non in presenza di membri del comitato che si sostituiscono alla polizia municipale e provinciale per imporre il rispetto della legge.
Nel frattempo la regione ci riprova e la presidente facente funzioni Antonella Stasi firma un’ordinanza che permette di sversare tal quale anche nella discarica di Celico. Il CAP produce immediatamente un comunicato stampa e minaccia nuovi blocchi. La stasi meno di 24 ore dopo ritira l’ordinanza. Nella discarica di celico verranno sversati solo rifiuti trattati. Ma anche questo è parzialmente vero. La regione non ha impianti sufficienti per lavorare i rifiuti a norma di legge e per questo viene emessa un’ordinanza che dimezza i tempi di maturazione del tal quale. Il risultato è che in discarica viene sversato illegalmente rifiuto non conforme con la beffa che i cittadini calabresi saranno costretti a pagare multe salate comminate dalla commissione europea.

Il 27 ottobre 2014, anche grazie allo Sblocca Italia approvato dal Governo Renzi, il Dipartimento Ambiente della Regione Calabria, che sarebbe meglio chiamare Dipartimento Discariche, rinnova l’autorizzazione alla MiGa per altri 12 anni. Nel dispositivo impone il termine del 31 dicembre 2014 come data massima oltre la quale la MiGa può trattare i rifiuti prodotti in Calabria, in ottemperanza all’emendamento Orsomarso. Una postilla sibillina che lega l’utilizzo della discarica illegale ad una norma facilmente prorogabile dal Consiglio Regionale.
Accade così che Scopelliti, travolto da un’inchiesta giudiziaria, viene costretto alle dimissioni. Le elezioni del novembre 2014 vengono vinte da Mario Gerardo Oliverio. Lo stesso che, da Presidente della provincia di Cosenza, nell’autorizzazione del 2008 ricevuta dalla MiGa per ampliare la discarica, rilasciava il parere positivo sostenendo di fatto la politica sui rifiuti della Giunta Regionale.
Tra i primi atti che firma il Presidente Oliverio vi è la copia conforme delle ordinanze contingibili e urgenti approvate dal gruppo Scopelliti-Stasi-Pugliano-Gualtieri. Guarda caso l’ordinanza è controfirmata dal dirigente del settore ambiente Gualtieri che da anni fa il bello e il cattivo tempo nel settore rifiuti con risultati che sono sotto gli occhi di tutti i calabresi.
L’ordinanza che permette l’utilizzo delle discariche private ha scadenza sino al 31 maggio 2015 ma questo non basta ed il 20 gennaio 2015 viene presentata in consiglio regionale una legge che proroga l’emendamento Orsomarso sino al 30 settembre 2015.
Si arriva così al paradosso. Il consiglio regionale approva all’unanimità la proroga dell’emendamento Orsomarso, quello che permette l’utilizzo delle discariche private e di quelle che non hanno le autorizzazioni perfettamente a norma, con il voto di quegli stessi consiglieri di centro sinistra che solo un anno prima gridavano allo scandalo.
Allo scadere della prima ordinanza contingibile e urgente firmata da Oliverio ne segue un’altra nel maggio 2015 peggiorativa della precedente. Infatti la nuova ordinanza permette non solo agli impianti pubblici ma anche a quelli privati il trattamento dei rifiuti in modo non conforme alla legge.
Il CAP reagisce e diversi parlamentari presentano un’interrogazione al Ministro dell’Ambiente. Il numero di ordinanze è superiore a quanto previsto dalla legge. Il Ministro risponde in modo sibillino affermando di aver chiesto chiarimenti alla Regione Calabria ma di non aver avuto risposta. Qualche giorno dopo l’ing. Pallaria, responsabile del Dipartimento Ambiente della Regione Calabria, in un’audizione in commissione ambiente afferma che allo scadere dell’ultima ordinanza la Regione non potrà rinnovarla.

Si giunge all’estate del 2015 e l’odore nauseabondo prodotto dalla discarica invade i centri abitati di Rovito, Celico e parte di Spezzano Sila. Il CAP inoltra diverse segnalazioni all’ARPACAL finche tale ente non segnala alla Regione che la MiGa non ha ottemperato alla prescrizione che prevede la lavorazione dei rifiuti all’interno di un capannone dotato di biofiltro.
I lavori che dovrebbero essere stati conclusi entro 4 mesi dall’ottobre 2014 il 9 luglio sono ancora in alto mare. Il Dipartimento della Regione che avrebbe dovuto revocare l’autorizzazione concede l’ennesima proroga con scadenza 9 agosto. In un incontro in Prefettura la MiGa dichiara candidamente che i lavori del capannone non saranno ultimati prima della fine di settembre.

Il Comune di Celico ha pensato e autorizzato il polo industriale della MIGA di contrada San Nicola come discarica nella quale possono essere abbancati rifiuti solidi urbani anche non trattati perché così è stato pensato e così è stato autorizzato nel 1997.
L’impossibilità di sversare rifiuti non trattati è subentrata solo nel 2003 a seguito del recepimento nella legge nazionale di una direttiva europea. Sino ad allora la discarica era stata pensata per sversare TAL QUALE.

Né il Comune di Celico può sostenere di non aver valutato la possibilità che la discarica potesse essere utilizzata per sopperire alle emergenze rifiuti della Regione perché tale ipotesi è avanzata dalla stessa MIGA nella richiesta di rinnovo dell’autorizzazione presentata nel 2013.
Nel 2008 la MIGA è stata autorizzata a selezionare 156.000 tonnellate di rifiuti all’anno. La Presila intera ne produce meno di 9.000 e insieme a Cosenza e Rende meno di 55.000. Pertanto è dal 2008 che la MIGA è autorizzata a selezionare i rifiuti di quasi tutta la provincia di Cosenza mentre non ha limiti nella quantità di rifiuti da abbancare. In altre parole il Comune di Celico ha autorizzato la realizzazione nel proprio territorio di una discarica capace di interrare i rifiuti di tutta la regione.

E’ allora difficile comprendere le motivazioni per le quali con caparbietà le amministrazioni di Celico che si sono succedute tra il 1997 ed il 2013 hanno voluto a tutti i costi la realizzazione di una devastante discarica che negli anni ha dato lavoro a non più di 10 persone, in un luogo non idoneo che necessita di una consistente bonifica per i danni prodotti negli anni dalla vecchia discarica. Motivazioni senza dubbio politiche e di opportunità personali, che hanno condannato un territorio meraviglioso al degrado e all’inquinamento.
La discarica di Celico rappresenta il fallimento della classe politica presilana e la sua incapacità a immaginare un futuro di sviluppo basato sul rispetto dell’ambiente.
Il Comitato Ambientale Presilano ha avviato una raccolta firme fra la popolazione in cui si chiede:
  • il ritiro dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per l’impianto di Celico (CS), alla località S.Nicola, della Mi.ga SRL;
  • l’impegno a non emettere più dispositivi per l’utilizzo dell’impianto e della discarica e di non inserire impianto e discarica nel nuovo piano rifiuti;
  • la gestione pubblica e partecipata del ciclo dei rifiuti.

Firma anche tu la petizione! Puoi recarti presso il tuo comune di residenza se vivi a Celico, Casole Bruzio, Rovito, San Pietro in Guarano, Serra Pedace, Spezzano Piccolo, Spezzano Sila, Trenta. Puoi firmare online cliccando su Change.orgPuoi venire al Presidio permanente allestito allo svincolo della SS 107 presso Celico. Ed è questo che ci auguriamo tu faccia, per condividere, stare insieme, informarsi. Siamo già in tantissimi, ma ci serve il contributo di tutti

Stampa il modulo raccolta firme che trovi cliccando qui e fai firmare parenti e amici.
Per i rappresentanti istituzionali: inviare una mail a comitatoambientalepresila@gmail.com

14/10/15

La discarica che calpesta l'agricoltura di qualità

La verità è che Oliverio non ha il coraggio di andare contro chi ha interesse affinchè la discarica di Scala Coeli (CS) continui a ricevere rifiuti, ed allora decide di andare contro la legge!
Oliverio e la sua giunta calpestano l’agricoltura di qualità in Calabria, consentendo il conferimento in una discarica che è contro legge, perché costruita in un’area a marchio DOP per la produzione dell’olio di oliva. Una politica che non ha ragioni, tranne quella di difendere gli interessi di chi lucra sui rifiuti.
Le nostre lettere ad Oliverio e le nostre interrogazioni parlamentari sono rimaste inascoltate e senza risposta, esattamente come le ragioni di cittadini ed imprenditori che quella discarica non la vogliono. Tutto questo ci lascia presupporre che il PD sia impotente davanti a quei grandi centri d’interesse che gli hanno fornito sostegno per governare.
La continuità della Giunta Oliverio con i vecchi governi regionali è sconcertante. Il PD si ostina ad inseguire politiche di gestione dei rifiuti preistoriche e lo fa senza rispetto per le regole e per il territorio. La Calabria è in regime di suicidio assistito.

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Ho scritto ad Oliverio: bisogna impedire l'apertura della discarica a Scala Coeli 
Si eviti l'apertura della discarica di Scala Coeli!

APPROFONDIMENTI:
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/08335 del 10/03/2015 (Parentela)
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/00868 del 13/06/2013 (De Rosa e altri)



13/10/15

L'inabilità lavorativa del direttore del Parco Nazionale della Sila

DOMANDA: come fa ‪Laudati‬ a fare il direttore del Parco Nazionale della ‪Sila‬ con uno stipendio da 100.000€ all'anno se risulta INABILE al lavoro?
E' quanto abbiamo scritto in un'interrogazione parlamentare io e Dalila Nesci chiedendo al Ministro dell'‪Ambiente‬ se per Laudati non ritenga di dover provvedere alla revoca dell'incarico di direttore del Parco nazionale della Sila. Nelle autocertificazioni rese da Michele Laudati all'ente Parco nazionale della Sila non risulta la sua inabilità permanente al servizio d'istituto e a proficuo lavoro in modo assoluto, giudizio medico-legale virgolettato in un articolo del Corriere della Sera, cui non c'è replica.
Inoltre, abbiamo chiesto ai ministri dell'Economia e del Lavoro di attivare le verifiche di competenza, anche in considerazione del fatto che Laudati, in carica dal 2006 grazie alla riconferma, ha una retribuzione di base, stando ai dati pubblicati, che raggiunge gli 80 mila euro all'anno, cui va sommata l'ignota indennità di risultato.
Questa storia era sepolta sotto la polvere dell'oblio. Abbiamo letto il giudizio medico-legale riportato dal Corriere della Sera, che non risulta smentito da Laudati, il quale deve essere il primo a fare luce sul caso, chiarendo ai cittadini se il suo stipendio è pulito o rubato.
Nello stesso articolo, di Antonio Ricchio, si legge che dopo quel giudizio medico legale Laudati venne collocato a riposo, con diritto al trattamento di quiescenza comprensivo della indennità integrativa speciale.
A questo punto anche il commissario/presidente, Sonia ‪Ferrari‬, deve fornire pubblicamente immediate spiegazioni, avendo stipulato con Laudati il relativo contratto di diritto privato.

08/10/15

Diga sul Metramo: "Basta collezionare le incompiute"

Al governo nulla interessa della diga sul Metramo e del futuro del Comune di Galatro (RC), altrimenti avrebbe risposto alla mia interrogazione parlamentare presentata ormai quattro mesi fa.
La diga è l’ennesima incompiuta presente sul nostro territorio, costata ad oggi quasi 500 miliardi di vecchie lire ma mai aperta, ma non solo questo. Esistono dubbi sulla sua tenuta e quindi problemi di sicurezza per le comunità che le vivono attorno.
Inoltre sono da scongiurare le affermazioni del Sostituto Procuratore Francesco Neri, che ha condotto l’indagine sullo smaltimento di rifiuti radioattivi nella nostra Regione e che ha lanciato ombre sulla possibilità che durante i lavori di costruzione della diga siano stati interrati illegalmente rifiuti molto pericolosi. Il governo deve condurre analisi serie per garantire la salute dei cittadini e lo sviluppo del territorio che negli ultimi decenni si è drasticamente impoverito.
Ho chiesto al governo di procedere alle analisi del caso per valutare la sicurezza della struttura sotto tutti i punti di vista ed eventualmente procedere al completamento della diga. In Calabria continuiamo a collezionare eterne incompiute grazie al menefreghismo di tutti i governi di destra e di sinistra, capaci solo di promettere grandi opere e raccattare voti, per poi voltare le spalle ai calabresi: l'unica cosa che gli riesce proprio bene.