22/08/14

Gli orti urbani

Nel 2013 gli orti urbani nei capoluoghi italiani sono triplicati rispetto al 2011 quando erano estesi su 1,1 milioni di metri quadrati. Lo dice un'analisi condotta sui dati Istat. Questa è una chiara risposta alla crescente domanda di verde in città che, complice la crisi, spinge un italiano su quattro alla coltivazione fai da te.

Ma cosa sono gli orti urbani?

Sono spazi dedicati all’agricoltura domestica, alla creazione di un piccolo orto, che i Comuni, soprattutto in città, mettono a disposizione della comunità. Gli orti urbani sono messi a disposizione dei cittadini che abitano in appartamento e non dispongono di uno spazio adeguato da potersi dedicare al giardinaggio e alla coltivazione di verdura e frutta.
Le coltivazioni degli orti urbani non hanno scopo di lucro, sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all'abbandono e al degrado. Gli orti urbani stanno acquistando una grossa valenza nei comuni. Negli ultimi anni, il numero delle persone che vogliono coltivare un orto è andato via via crescendo. Giovani, donne, impiegati e professionisti si sono sostituiti a pensionati e operai. Sorge spesso il problema del “dove coltivare un orto?” Allora perché non fare richiesta al proprio comune per allestire un orto urbano?

Come fare la richiesta per un orto urbano? Ecco la procedura:

Per richiedere il proprio orto urbano generalmente bisogna entrare nelle liste di attesa nei comuni dove hanno deciso di portare avanti questi progetti.
Vari requisiti stabiliranno una graduatoria che porta all’assegnazione degli spazi. I requisiti variano da Comune a Comune, pertanto è consigliabile richiedere al Comune di competenza i criteri di assegnazione dell’orto urbano. Tra i requisiti, l’assenza di conviventi che già ne gestiscono uno: per evitare di assegnare spazi allo stesso nucleo familiare. Di solito l’assegnazione degli orti urbani avviene per alcuni anni consecutivi e successivamente si deve lasciare lo spazio oppure partecipare di nuovo alla selezione.

Bisogna pagare il Comune per usufruire di un orto urbano?

Alcuni orti urbani vengono concessi gratuitamente, per altri occorre versare una piccola quota annuale: una cifra quasi simbolica che serve per pagare le spese di gestione dell’area a fronte dell’acquisizione dei prodotti dell’orto da parte dei cittadini.
In alcune zone dell’Italia spesso gli orti vengono coltivati in forma collettiva, come giardino comunitario; infatti le persone anziane che hanno giardini di proprietà ma non sono più in grado di occuparsene vengono messe in contatto con altri cittadini che se ne possono occupare direttamente. Il giardino di queste persone rivive quindi e i prodotti dell’orto vengono divisi equamente tra il proprietario dello spazio e chi se ne occupa. In molte città sia italiane che all'estero, per esempio, sono nate diverse reti tra cittadini attivi, che condividono informazioni e insegnamenti e raccolgono tutti gli orti e le realtà di verde spontaneo e “partecipato”. Ci sono altri che coltivano un appezzamento urbano o periurbano, in modo biologico o sinergico, organizzano la vendita di cassette che distribuiscono o settimanalmente o bi-settimanalmente. In diverse citta del nord Italia, vengono organizzati "orti collettivi", che sono orti sociali comunali organizzati come comunità di quartiere, con attrezzi comuni, attività di socializzazione, scambio dei prodotti, mercatini biologici. Una impostazione che si va affermando è quella di usare una parte di ogni parco pubblico per fare orti sociali, anche di poche parcelle, e animarli con attività di socializzazione come feste per piccoli, incontri intergenerazionali nonni-nipoti-genitori. Gli orticoltori aumentano la sicurezza del parco pubblico e possono guidare gli utenti a forme di manutenzione e di rispetto, facendo diminuire i costi di manutenzione. A livello paesaggistico è preferibile una integrazione orto-giardino alla solita impostazione a prato costosa da mantenere ed esteticamente discutibile. Trasformate prati costosi in orti produttivi! Se poi volete andare al di là degli orti sociali e studiare un progetto reale attivo da tre anni a Parma, guardate questa idea di Agrivillaggio.

Fonti: ideegreen.it e ortosociale.org

07/08/14

La Regione Calabria renda subito disponibili i terreni agricoli

Sono 5500 gli ettari messi in vendita o in locazione dallo Stato con il decreto ‘Terre vive’.
A seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il 31 luglio scorso, del decreto “Terre vive”, che consente la messa in vendita con diritto di prelazione agli agricoltori under 40 di 2480 ettari del Demanio, 2148 ettari del Corpo forestale dello Stato e 882 ettari del Cra (Centro Ricerche in Agricoltura), invitiamo palazzo Campanella a procedere nella direzione intrapresa dal ministro delle Politiche agricole e forestali, Maurizio Martina, ed a rispettare il termine di settembre per l’adozione del regolamento attuativo della legge sull’agricoltura sociale.
I terreni saranno alienati a cura dell’Agenzia del demanio mediante asta pubblica, se di valore pari o superiore a 100.000 euro, oppure mediante procedura negoziata senza pubblicazione del bando, se di valore inferiore. Le risorse finanziarie derivanti dalle operazioni di dimissione dei terreni sono destinate al Fondo per l’ammortamento  dei titoli di Stato.

Il MoVimento 5 Stelle avrebbe preferito l’affitto vincolante  rispetto alla vendita per tre ordini di motivi: il primo motivo è che il patrimonio messo in vendita è dello Stato, quindi dei cittadini, e non dovrebbe essere venduto ai privati per far cassa; il secondo è che l’affitto costa meno dell’acquisto e quindi si sarebbe data l'opportunità di rendere più agevole l'accesso alla terra per i giovani imprenditori agricoli; il terzo è che concedendo i propri terreni in locazione lo Stato può, tra l'altro, permettersi la possibilità, qualora un'idea non dovesse funzionare, di dare ad altri aspiranti lo stesso terreno.  Dall’elenco allegato al decreto i Comuni calabresi interessati sono: Orsomarso, Papasidero, Aieta, Francavilla Marittima, Condofuri, Altomonte, Corigliano Calabro, Sellia Marina, Cropani, San Giovanni in Fiore, Spezzano della Sila, Spezzano Piccolo e Longobucco.

La previsione del governo purtroppo è di vendere l'80% dei terreni e affittarne soltanto il 20%. Sarebbe opportuno che la Regione indichi quanto prima i terreni agricoli disponibili alla locazione o alla vendita con un elenco di facile lettura. Nel frattempo il MoVimento 5 Stelle continuerà la battaglia in parlamento affinché sia prevista solo la locazione delle terre demaniali agricole. L'accesso alla terra rappresenta un primo passo per rilanciare la produzione agricola e il lavoro soprattutto per i giovani imprenditori

06/08/14

Meno oneri fiscali per i piccoli agricoltori



Per l'ennesima volta questo governo ha detto di no ai piccoli agricoltori a quella che appare la semplificazione davvero più ovvia e scontata. Mi riferisco all’obbligo, in capo agli agricoltori che ricadono in regime di esonero ai fini IVA, di rendere conto della propria contabilità. Ecco, ma come si può per legge essere autorizzati a non conservare registri, e poi, sempre per legge, essere obbligati a comunicare le operazioni rilevanti ai fini dell’accertamento fiscale??? E’ evidente l’anomalia di una tale situazione….e probabilmente la “ratio” sta nella prevalenza su ogni logica di interessi superiori…magari di qualche soggetto che disbriga adempimenti per conto terzi…
Questo odg, sempre in materia di semplificazioni, vuole abolire per i piccoli agricoltori, identificabili da un fatturato annuo inferiore ai 7000 euro, quello che tutti gli conoscono come spesometro ovvero una comunicazione che i soggetti passivi d'IVA devono presentare annualmente all'Agenzia delle entrate. Lo Spesometro nasce con lo scopo di limitare l'evasione fiscale in ambito IVA. A partire dal 2013 è ufficialmente denominato "Comunicazione Polivalente" poiché il tracciato record da inviare all'Agenzia delle Entrate è stato unificato ad altre dichiarazioni, ad esempio la comunicazione di acquisti da paesi in Black-List. Segnalo anche che lo Spesometro, inoltre, è un provvedimento fiscale italiano che non trova corrispondenze in altri paesi. Voglio anche ricordare che la sua reintroduzione è avvenuta a dicembre scorso con la legge di stabilità e ha detta di molte associazioni di categoria (Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative italiane del settore agroalimentare) è una misura penalizzante che accresce la burocrazia, aumenta i costi e rischia di mettere in ginocchio le piccole imprese. Per questo motivo, abbiamo presentato anche un odg a tal proposito che è stato approvato dal Governo in data 27/02/2014 , pertanto ritengo che sia il momento, approvando questo odg affinché si proceda all’eliminazione di tale oneroso obbligo. Voglio insistere su questo punto perchè il mantenerlo, comporterà, inevitabilmente, spese aggiuntive da parte dell’agricoltore, già alle prese con non poche difficoltà di ordine burocratico. Ed è proprio la burocrazia che sta causando problemi non indifferenti all’agricoltura. Basti pensare che un’azienda agricola italiana per assolvere a tutti gli adempimenti burocratici imposti spende, in media, 2 euro ogni ora di lavoro, 20 euro al giorno, 600 euro al mese, 7.200 euro l’anno. Non basta. Occorrono otto giorni al mese per riempire le carte richieste dalla Pubblica amministrazione centrale e locale, in pratica, cento giorni l’anno! Mantenendolo si colpiscono piccole realtà aziendali agricole finora esonerate da tutti gli obblighi contabili (fatturazione, registrazione, dichiarazione annuale, liquidazione e versamento dell’imposta), per questo chiediamo l'abrogazione del comma 8-bis dell'articolo 36 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221. Spero di aver fatto chiarezza su questo argomento e spero di aver fatto cambiare idea al governo. In fondo chiediamo solo coerenza e rispetto per gli impegni presi visto che sul decreto non sono stati rispettati.

ESITO VOTAZIONE: RESPINTO

05/08/14

Terre Demaniali: No alla vendita, Sì all'affitto ai giovani agricoltori

Il decreto "Terre vive", appena firmato da Martina, nonostante le intenzioni di promuovere l'occupazione giovanile in ambito agricolo e di favorire l'accesso alla terra per sviluppare il nostro settore primario, presenta un gravissimo difetto che va a rovinare i suoi buoni presupposti. Ci riferiamo alla questione della vendita delle terre agricole demaniali. Mettere in vendita la terra pubblica per far cassa, significa alienarla, ovvero darla in pasto a chi su quella terra vuole speculare - magari per costruire un impianto di produzione di energia alternativa, o un grande parco eolico. Vuol dire farla scomparire dal nostro patrimonio pubblico e non considerala quello che effettivamente è: un bene comune. Già un anno fa, ho presentato una proposta di legge che modifica l'articolo 66 del decreto "Salva Italia" emanato dal Governo Monti, ridefinendo la possibilità, da parte dello Stato, di disporre dei propri terreni agricoli e prevedendo, quindi, canoni di locazione dei terreni ad hoc per i giovani agricoltori.
 La soluzione individuata dal M5S è, quindi, quella dell'affitto dei terreni agricoli - come individuati dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali - riservando ai giovani agricoltori (come definiti dal Regolamento CE n. 1698 / 2005 del Consiglio del 20 settembre 2005) una percentuale non inferiore al 25% del totale degli stessi terreni.
 Nella nostra proposta di legge viene imposto, inoltre, il divieto di utilizzare tali terreni con uno scopo diverso da quello agricolo. L'altro obiettivo è quello di tutelare e promuovere metodi di agricoltura biologica basati su sistemi agro-ecologici e destinati esclusivamente a scopi alimentari. In particolare, abbiamo proposto il divieto assoluto di coltivare sul terreno locato piante geneticamente modificate, anche a fini sperimentali. Inoltre, abbiamo proposto di poter destinare i terreni agricoli demaniali ad attività di agricoltura sociale. Tra i criteri individuati vi è anche quello di prevedere che la durata della locazione sia adeguata ai cicli biologici naturali. Concedendo i propri terreni in locazione, tra l'altro, lo Stato può permettersi la possibilità, qualora un'idea non dovesse funzionare, di dare ad altri aspiranti lo stesso terreno. Oltre alla nostra proposta di legge sono stati approvati ben 2 ordini del giorno alla Camera dei Deputati su questo argomento, ma il Governo con la vendita delle terre demaniali ha dimostrato per l'ennesima volta di non ascoltare nemmeno la volontà parlamentare e gli strumenti di indirizzo che ha a disposizione. Il Ministro Martina è ancora in tempo per fermare questa scelleratezza, dando ascolto a tutti quei cittadini, comitati e movimenti che da anni si battono per la difesa e tutela dei beni comuni. Garantiamo l'accesso alla terra per promuovere l'occupazione e lo sviluppo del settore primario ma senza vendere il patrimonio pubblico di questo Paese.